Critica dell’idea di contrapposizione

«Potremo mai tornare insieme dopo esserci divisi?». La sfida, le fatiche e la necessità della riconciliazione in un mondo in continuo movimento. È il tema su cui ruota il dossier di “Dialoghi” (n.4/2014), il trimestrale culturale promosso dall’Azione Cattolica, in arrivo in questi giorni ai suoi abbonati. All’intero articoli di: Luca Alici, Piermarco Aroldi, Luciano Eusebi, Giorgio Ferraresi, Giovanni Grandi, Andrea Porcarelli, Arturo Parisi e Ignazio Punzo. E ancora, le rubriche con i contributi di Giorgio Campanini, Gian Candido De Martin, Giuseppina De Simone, Piera Angela Di Lorenzo, Piergiorgio Grassi, Angelo MaffeisFranco MianoEnrico Moroni, Alberto Ratti e Giuseppe Costantino Zito.

 

Sommario: 1. Demolire un dogma: il conflitto come cardine dei rapporti umani. – 2. Tornare a rendere giusti rapporti feriti. – 3. Costruire il diritto nei contesti pluralistici. – 4. Servono ponti, non muri.   

 

1. Demolire un dogma: il conflitto come cardine dei rapporti umani.

 

Esiste un assunto nella nostra cultura – così interiorizzato da rendersi scarsamente percepibile, così tenace dall’averla resa refrattaria, molto più di quanto non si pensi, al messaggio biblico e cristiano – che è costituito dalla reciprocità dei comportamenti: dall’idea, cioè, eretta a paradigma stesso della giustizia (non a caso raffigurata attraverso l’immagine della bilancia) secondo cui al bene è dovuta una risposta secondo il bene, mentre ciò che sia o si valuti negativo ammetterebbe – non soltanto quando si tratti di legittima difesa[1] – una risposta a sua volta negativa (in altre parole, potenzialmente distruttiva) nei confronti di chi ne sia ritenuto artefice o rappresentante.

Abbiamo, in tal modo, spiritualizzato la vendetta: il problema morale non starebbe nel fatto oggettivo di rispondere con il negativo al negativo, ma nell’esigenza di non farlo con odio personale o con rancore (come si richiede – dall’epoca di Omero – al bravo soldato, oppure al giudice che condanna a morte, oppure al politico nel momento in cui dice ogni male possibile dell’avversario, salvo poi dargli del tu in caffetteria, o anche al manager che distrugge il concorrente, allargando le braccia circa il destino dei lavoratori).

E abbiamo sublimato il cristianesimo, dirottando l’efficacia del suo messaggio sul piano del supererogatorio, così da renderlo (quasi) ininfluente. La storia è piena di singoli episodi nei quali al negativo s’è risposto secondo progetti di bene, e col perdono: episodi cui non si lesinano parole, più o meno sincere, di ammirazione, purché li si annoveri entro l’ambito (non della giustizia, ma) della santità personale, in quanto atteggiamento ritenuto improponibile nel contesto dei rapporti giuridici (ma anche sociali, economici, politici) e, in ogni vaso, non esigibile (con l’avallo di qualche lettura à la page del rendete a Cesare ciò che è di Cesare…).

Il modello relazionale incentrato sulla reciprocità dei comportamenti, del resto, ha avuto un avallo filosofico della massima potenza, in epoca moderna, attraverso il pensiero di Hegel: secondo cui esso non costituirebbe un retaggio, funesto, della durezza del cuore umano, tale che, pur con fatica, andrebbe superato, bensì il fulcro stesso di tutti i rapporti umani, il motore delle magnifiche sorti e progressive, garantite – con buona pace dei soccombenti: la storia è sempre scritta dai sopravvissuti, prima ancora che dai vincitori – attraverso la sintesi di continue contrapposizioni.

Ma quel modello è un moltiplicatore di iniquità. Suffraga, infatti, la persuasione che basti riscontrare nell’altro qualcosa di negativo affinché si possa autorizzare se stessi ad agire negativamente verso di lui. E ciò risulta tanto più problematico poiché, spesso, non giudichiamo l’altro negativamente solo quando gli si possa addebitare una qualche responsabilità, ma altresì quando appaia di ostacolo, o non funzionale, ai nostri interessi e ai nostri obiettivi. Millenni di guerre giuste rispondono a questa logica.

Hitler e i suoi epigoni potrebbero rivelarsi più organici alla nostra cultura di quanto non si ammetta. Posto che se si reputa giusto agire contro, fino a neutralizzarlo, chi sia ritenuto di impedimento al bene – scil., alla percezione del proprio bene: dello Stato, dell’etnia, del gruppo politico, di un dato progetto di vita, di un dato obiettivo economico –, allora sarà in torto chi non abbia trovato la forza per far prevalere, nel gioco delle contese, quel bene (vale a dire, per reperire i mezzi giustificati dal fine). Si rammenti che Hitler, negli ultimi giorni, imputò al popolo tedesco di non essere stato all’altezza del destino cui egli lo aveva chiamato.

Se tutto questo è vero, pare doversene derivare l’insufficienza del compito che si sono dati gli Stati moderni, soprattutto quelli democratici, di sottoporre a regole la dinamica delle contrapposizioni, onde evitare il prevalere indiscriminato dei più forti: fino ad attribuirsi l’uso esclusivo della forza – sul presupposto non scontato che essa, in tal modo, verrebbe esercitata meno arbitrariamente – in settori particolari dell’agire contro l’altro, come quello militare o quello relativo all’adozione di provvedimenti penali.

Forse, dunque, è giunto il tempo – anche dinnanzi ai pericoli della guerra globale, idonea, da non molti decenni, a sancire la fine della civiltà umana; anche dinnanzi alla fatica, imprevista anni addietro, che manifestano le democrazie nel contrastare davvero i poteri forti – di adoperarsi non tanto per incanalare sul piano giuridico le prassi riconducibili al paradigma della reciprocità dei comportamenti, bensì per superare il ruolo che quel paradigma mantiene sia all’interno del diritto, sia, comunque, in molteplici ambiti dei rapporti interpersonali e sociali.

La peculiare visibilità che il criterio del negativo per il negativo ha finora manifestato nei sistemi penali si configura, pertanto, come cartina al tornasole di un problema culturale rilevante in termini assai più estesi. Motivare, di conseguenza, l’abbandono di quel criterio circa la risposta al reato assume un rilievo esemplificativo valido ben oltre i confini del dibattito penalistico.

Del pari, appare opportuno domandarsi se il commiato da schemi conflittuali del dibattito in ambito etico e politico possa risultare idoneo a favorire, nei contesti pluralistici, una migliore qualità della legislazione rispetto a materie particolarmente controverse.

 

 

2. Tornare a rendere giusti rapporti feriti.

 

La condanna penale, nella sua forma classica tuttora in Italia pressoché egemone imperniata sulla reclusione[2], esprime plasticamente una dinamica di corrispettività. In tale quadro la risposta al reato non costituisce un progetto, inteso come significativo sia per il destinatario della condanna, sia per i suoi rapporti con la vittima e con la società. Piuttosto, costituisce la mera rappresentazione aritmetica – secondo criteri proporzionalistici discrezionali – della gravità ascritta al fatto colpevole, attraverso la durata, in termini di danno e sofferenza, del provvedimento detentivo.

Rispetto allo ius talionis, a ben vedere, non è cambiato il modello del fare giustizia, ma solo il parametro di costruzione del corrispettivo: non più fondato sull’eguale per l’eguale, bensì su un nesso di natura analogica tra reato e pena, che si esprime attraverso il quantum della reclusione[3]. Il cui ruolo nei sistemi penali, dunque, non dipende da constatazioni relative a una sua ipotetica validità ottimale circa la gestione, in qualsiasi caso, della frattura insita nel reato, bensì dall’immagine retributiva della giustizia che rimane, in larga misura, soggiacente a quei sistemi.

Le aporie sul piano della prevenzione di un simile impianto dell’apparato sanzionatorio penale sono state esposte da chi scrive in un precedente contributo a questa rivista[4]: indifferenza per l’intervento sui fattori che favoriscono la criminalità, per il contrasto degli interessi economici perseguiti mediante le attività criminose, per il bisogno di pacificazione delle vittime dinnanzi all’esperienza del reato, per i tassi di recidiva che produce; soprattutto, per il fatto che risultati preventivi solidi non dipendono da dinamiche di intimidazione e neutralizzazione, bensì, essenzialmente, dalla capacità dell’ordinamento giuridico di ottenere, anche attraverso le sanzioni penali, un’adesione per scelta personale da parte dei destinatari delle norme – compreso chi le abbia in precedenza trasgredite – al loro rispetto.

Tuttavia, in questi anni è andata emergendo per la prima volta – si può dire da sempre[5] – nel diritto penale una visione diversa della giustizia, se si vuole tuttora minoritaria ma ormai diffusa e teorizzata in tutto il mondo, attraverso la qualifica di restorative justice (giustizia riparativa o forse meglio, restaurativa). Una visione che non si limita a discutere, com’è avvenuto finora, di come modulare dopo la condanna la pena inflitta secondo lo schema consueto (dunque, a discutere della sospensione condizionale, delle sanzioni sostitutive, delle misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario, e così via), ma sovverte quello schema: ritenendo che compito della giustizia non sia quello di sancire l’interruzione di un rapporto (come accade quando si applicano sanzioni modellate, per analogia, sulle caratteristiche del fatto illecito), bensì quello, nel senso letterale del termine, di giustificare: cioè di tornare a rendere giusti, nella loro concretezza, rapporti intersoggettivi che non lo siano stati.

Ne deriva un modello della risposta al reato non già mirante a risultati estrinseci (e solo supposti) di bene, in tema di prevenzione, attraverso il male che infligge, bensì orientato a fare giustizia – a ristabilire il bene – attraverso i contenuti stessi dell’intervento giuridico, tali da coinvolgere costruttivamente lo stesso autore dell’illecito (non più inteso, al momento della condanna, come un nemico).

 E ne deriva, altresì, che la giustizia non debba più intendersi dissociata dalla possibilità del dialogo (inevitabilmente preclusa ove s’intenda infliggere un danno): posto che se la risposta al reato acquista i contorni di un progetto sì impegnativo, ma non concepito a priori contro il trasgressore, diventa plausibile un interesse del medesimo a risultare partecipe delle scelte con cui s’intenda gestire sul piano giuridico l’avvenuto compimento del fatto illecito: prospettiva, questa, che apre, in particolare, a iniziative di riparazione e di riconciliazione nei confronti della vittima.

Più ancora, il paradigma della restorative justice privilegia come fattore di prevenzione, piuttosto che il profilo dell’applicare, comunque, una pena al soggetto ritenuto colpevole, l’emergere della verità nel rapporto tra le parti coinvolte (autore del reato, vittima, società) e la sua rielaborazione in senso riparativo, cioè attraverso forme concrete di impegno personale da parte dell’offensore a beneficio dei beni offesi o delle persone colpite[6]. Si consideri, del resto, che l’interesse per tale paradigma non è maturato in rapporto ai reati minori, bensì – sulla scia delle commissioni Verità e riconciliazione volute da Nelson Mandela in Sudafrica – proprio con riguardo ai fatti più gravi (quale sarebbe il corrispettivo di un genocidio?).

Nel solco della giustizia riparativa si muovono, in particolare, forme sanzionatorie, o di definizione anticipata del processo, non incentrate sulla privazione della libertà personale: prescrizioni assistite dal servizio sociale, espletamento consensuale di lavoro socialmente utile o di percorsi terapeutico-riabilitativi, recepimento giudiziario di proposte riparative formulate dall’imputato, obblighi di ripristino ambientale, procedure di messa alla prova, ecc.[7].

La forma più caratteristica, tuttavia, della giustizia riparativa è data dalla mediazione penale, che dà luogo a un contesto in cui, sospeso per un certo tempo il processo, si rende praticabile, con il supporto di mediatori, una rielaborazione del reato tra autore e vittima (o soggetto esponenziale dei beni offesi): posto che quanto si dice nel corso della mediazione non sarà riferito al giudice, così da evitare che divenga motivo di condanna. Creandosi, in tal modo, i presupposti sia per l’emergere di una verità non soltanto esteriore sul reato commesso (dunque, di una verità estesa al quadro umano complessivo dell’accaduto), sia per la condivisione di un giudizio negativo circa la condotta che lo abbia prodotto, sia per un impegno mirante alla riparazione. Esiti di cui il giudice potrà tener conto, sulla base di un resoconto dei mediatori circa la qualità dell’interazione realizzatasi, a fini estintivi del reato o, comunque, in senso favorevole per il suo autore.

Simili percorsi rivelano una forte attitudine preventiva, in quanto confermano la capacità di aggregare consenso (e pertanto l’autorevolezza) delle norme violate, favorendo itinerari di revisione delle scelte antigiuridiche anche in altri appartenenti al contesto criminoso in cui abbia agito l’autore del reato. Nel contempo, rispondono all’esigenza della vittima di vedere ammessa l’ingiustizia dell’offesa subita e di poter, in tal modo, elaborare a sua volta, in senso liberatorio, la ferita interiore che ne abbia patito: laddove la ritorsione rischia di condurre la vittima a essere ancor più dipendente dall’esperienza negativa del reato, rendendola consapevole del fatto che tale esperienza ha potuto farla divenire peggiore, cioè capace di chiedere il male di un altro individuo.

Emerge, in tal modo, la praticabilità di forme nuove del fare giustizia, intese a ristabilire legami (ricostruendo sulle fratture, talora gravi, che siamo capaci di arrecarci), piuttosto che a ratificare divisioni. Il che risulta conforme, del resto, alla stessa natura salvifica della giustizia divina, quale emerge – al di là delle categorie culturali retributive presenti in varie narrazioni storico-pedagogiche e in testi di carattere legale – fin dai primi libri dell’Antico Testamento e trova compimento nella giustizia  testimoniata da Gesù come spendita senza riserve dell’amore – in cui si sostanzia l’essere stesso di Dio – dinnanzi al male, fino al dono della vita: amore che si manifesta nella risurrezione, pienezza di vita (vera vita) nonostante la sconfitta, in termini umani, rappresentata dalla croce. Tema, questo, che rappresenta il fulcro della fede cristiana, peraltro deturpato da letture giuridicistiche, ampiamente utilizzate dal diritto penale classico a legittimazione della pena retributiva, secondo cui la salvezza, piuttosto che dall’amore portato fino alla croce (l’adesione al quale, almeno nella forma di un riconoscimento sincero del bisogno di perdono, libera dal peccato), sarebbe prodotta dalla croce, cioè dalla sofferenza patita da Gesù in funzione compensativa dei peccati[8].

Risultano significative, pertanto, alcune parole recentemente dedicate al problema penale da papa Francesco: «La Chiesa propone una giustizia che sia umanizzatrice, genuinamente riconciliatrice, una giustizia che porti il delinquente, attraverso un cammino educativo e di coraggiosa penitenza, alla riabilitazione e al totale reinserimento nella comunità»[9].

L’interesse per una giustizia dialogante, tuttavia, dovrebbe altresì favorire la creazione di opportunità volte a comporre dissidi ancor prima, se possibile, di attivare un intervento giudiziario e, auspicabilmente, ancor prima della tenuta di condotte illecite: facendo sì che nel contesto sociale divengano riconoscibili luoghi per fare pace, e non soltanto istituzioni o professionalità finalizzate ad attivare e gestire le liti.

Valgano ancora, in proposito, alcune considerazioni svolte da papa Francesco durante l’Angelus del 16 novembre 2014, concernenti le tensioni determinatesi in alcune periferie cittadine tra residenti e immigrati: «La comunità cristiana si impegna in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro. Cittadini e immigrati, con i rappresentanti delle istituzioni, possono incontrarsi, anche in una sala della parrocchia, e parlare insieme della situazione. L’importante è non cedere alla tentazione dello scontro, respingere ogni violenza. È possibile dialogare, ascoltarsi, progettare insieme, e in questo modo superare il sospetto e il pregiudizio e costruire una convivenza sempre più sicura, pacifica ed inclusiva».

 

 

3. Costruire il diritto nei contesti pluralistici.

 

Se la contrapposizione è vista come criterio tipico del rapporto fra realtà non omogenee, ciò crea problemi non solo sul piano internazionale, ma anche nella vita democratica interna agli Stati, ove quest’ultima, da concorso costruttivo delle idee, si riduca a competizione: tanto più nel caso in cui la competizione investa temi fortemente dibattuti sul piano etico o sociale.

A tal proposito può essere significativo muovere da quanto afferma, in un’intervista, il nuovo arcivescovo di Chicago Blase Joseph Cupich, opponendosi alla cultura dello scontro: «Il senso del dialogo non va rintracciato in chi “vincerà”, ma nel fatto di camminare insieme»[10]. Parole che rappresentano una sintesi efficace di come le modalità relazionali andrebbero ripensate nei contesti sociali pluralistici (assai complessi anche perché richiedono interventi legislativi circa le stesse materie più controverse).

In simili contesti, malgrado ampi spazi di manipolazione del consenso, non manca la possibilità di enunciare e far valere sensibilità diverse. Queste, tuttavia, vengono sovente presentate come affermazione di princìpi propri in contrapposizione a quelli altrui, piuttosto che come offerta di un contributo al discernimento comune (o, se si vuole, come servizio alla verità): suscitando non di rado l’impressione che la loro messa in campo sia per l’appunto orientata, prioritariamente, a vincere sugli altri, invece che a perseguire il bene di tutti. Talora, del resto, lo si pianifica: il lobbismo corporativo, per esempio, risulta orientato all’interesse di una parte, sul presupposto che vi saranno competitori i quali faranno valere interessi opposti.

Tutto questo comporta una certa assuefazione a non ascoltare l’altro, cioè ad escludere il confronto con le ragioni che egli porta o anche con i fattori culturali, psicologici, talora emotivi, che lo conducono ad assumere certe posizioni. Di questa chiusura a prendere in esame le motivazioni di ciò che l’uno o l’altro asserisca ha di certo sofferto, negli ultimi anni, anche l’ambito cattolico. I cui argomenti – pur quando di natura nient’affatto confessionale, ma intesi a una problematizzazione etica (almeno) suscettibile di rilievo per tutti – hanno finito spesso per essere liquidati, dinnanzi all’opinione pubblica, in nome dell’alternativa fra una presunta chiusura mentale religiosa e un asserito approccio laico, a priori emancipante e progressivo.

Nondimeno, la stessa riflessione culturale svolta in ambito cattolico dev’essere molto attenta al profilo del linguaggio, cioè alla sua capacità di farsi capire. Quando s’è parlato, per esempio, di valori non negoziabili s’è corso il rischio di lasciar intendere che i medesimi fossero proposti come patrimonio di un approccio religioso il quale se ne rende esponenziale, e non come paradigmi di confronto cruciale, oggi, per ogni essere umano, alla luce di molte gravi questioni nuove (anche in considerazione del fatto che proprio intorno all’inviolabilità di quei valori s’era cercato di costruire l’argine costituzionale nei confronti di possibili fluttuazioni del consenso in senso disponibile alla violazione della dignità umana di singoli individui o di gruppi sociali).

Un rischio, questo, suscettibile di favorire la lettura in un’ottica di competizione fra realtà antagoniste del messaggio che si voleva trasmettere, compromettendone l’efficacia. Da cui l’importanza dello stile di papa Francesco che, senza dar luogo ad alcun equivoco sui valori, mira a rendere percepibile un’immagine della Chiesa come compagna di strada, sì esigente, ma nel contempo ospitale e amica verso ogni individuo, nessuno escluso: impegnata allo stesso modo su tutti i fronti in cui siano in gioco il comandamento dell’amore e la dignità umana (si pensi alle parole severe del pontefice sulla delegittimazione che tende oggi a subire l’istituto della famiglia, sull’insensibilità diffusa, sia in ambito sociale che bioetico, verso i soggetti più deboli, sulla corruzione, sulla povertà e la fame, e così via). E da cui l’emergere, invece, dei limiti di una presenza cristiana nel contesto sociale che assuma i contorni di una diversificazione identitaria troppo facilmente proposta come rigorosa ortodossia: tale da porsi in termini di contrasto col mondo complesso di oggi, rendendo assai difficile che questo accosti senza pregiudizio contenuti valoriali imprescindibili per i credenti.

La prospettiva della contrapposizione finisce, fra l’altro, per correre notevoli rischi sullo stesso piano legislativo, quando non si sia in grado di prevalere: posto che la sua modalità di approccio finisce per essere quella del tutto o del niente. Nel caso di sconfitta, i ponti sono crollati e la prospettiva è quella, ormai, dell’inincidenza, in dati settori, rispetto all’organizzazione della vita civile.

Il tema è molto delicato e impone che si faccia chiarezza, ab imis, su possibili equivoci, che potrebbero risultare ostativi di ogni ulteriore indagine, censurandola a priori come scivolamento verso l’incoerenza etica: non si tratta di fare compromessi sui valori, quanto piuttosto dell’urgenza di elaborare un approfondimento – evidenziata da tempo anche in sede teologica, senza che se ne conoscano, tuttora, trattazioni sistematiche – sui criteri morali del partecipare all’elaborazione legislativa in contesti c.d. eticamente imperfetti, vale a dire in contesti nei quali non appaia prospettabile un recepimento legislativo coerente di ciò che si avverta richiesto dalla norma morale, oppure nei quali si tratti di legiferare su realtà personali o sociali a loro volta eticamente imperfette[11].

Si tratta dunque, forse, di muoversi individuando priorità, vale a dire cercando di aggregare consenso, anzitutto, su alcuni profili delle questioni sul tappeto percepiti di maggior rango o, comunque, su aspetti di una data legislazione che risultino significativi dal punto di vista valoriale (si pensi all’aiuto in favore della donna in gravidanza, in una prospettiva di prevenzione dell’aborto): onde evitare che non vengano coltivati spazi di perseguimento del massimo bene possibile in ciascuna situazione storico-culturale.

In tal modo mantenendo aperta l’interlocuzione nell’ambito sociale: attraverso l’impegno sul terreno formativo ed educativo, non surrogabile attraverso un’attenzione prevalente relativa al diritto (che peraltro, beninteso, resta fondamentale, data la validità erga omnes della legge e la sua forte capacità di incidenza sui costumi); come pure attraverso il rimanere presenti nel dibattito giuridico e nell’elaborazione legislativa, così da evitare, quantomeno, estremizzazioni delle scelte normative non condivisibili (senza che ciò significhi, è ovvio, giustificarle).

E si tratta, altresì, di evitare che l’assenza delle condizioni di un ascolto e di un dialogo nelle sedi loro proprie conduca a una gestione giudiziaria dei problemi ampiamente autonoma, di fatto, da indicazioni legislative. Col mutamento del ruolo stesso assegnato alla Costituzione e alle Dichiarazioni internazionali dei diritti: da quello di limite affinché, tra la pluralità delle risposte alle diverse questioni cui possa addivenire il legislatore, non trovi spazio la risposta che, eccezionalmente, si ponga in contrasto con i diritti inviolabili, a quello di riferimenti dai quali si ritenga di poter derivare insindacabilmente una, ed una sola, modalità d’intervento su determinati temi, in forte tensione, spesso, con quell’apporto culturale di orientamento cristiano che, pure, aveva avuto a suo tempo un ruolo del massimo rilievo per l’elaborazione di quei testi.

 

   

4. Servono ponti, non muri.

 

Può utilizzarsi come sintesi – riferendolo anche al tema complessivo della giustizia – quanto papa Francesco evidenziava all’Angelus del 9 novembre 2014: «Servono ponti, non muri».

 


[1][1] Concetto, per parte sua, molto delicato e del quale, spesso, s’è fatto un uso strumentale: esso concerne l’opporsi con mezzi proporzionati a un’aggressione in atto e non altrimenti scongiurabile.

 

[2] La legge n. 67/2014 ha invero attribuito una delega al governo per l’introduzione della nuova pena principale rappresentata dalla reclusione o arresto domiciliari, con ciò non discostandosi, peraltro, dal modello di fondo detentivo. La medesima legge, ha previsto, altresì, un limitatissimo spazio di utilizzabilità anche per autori di reato adulti della messa alla prova (con menzione esplicita del possibile ricorso alla mediazione penale), già contemplata e utilmente attuata per autori di reato minorenni. L’unico ambito del diritto penale in cui non sono applicabili pene detentive è, per ora, quello concernente la competenza in materia, per l’appunto, penale del giudice di pace.

[3] In contrasto con una simile visione, papa Francesco afferma assai efficacemente che «esiste un’asimmetria necessaria tra il delitto e la pena» (così nella lettera del 30 maggio 2014 ai partecipanti al XIX Congresso internazionale dell’Associazione internazionale di diritto penale e del III congresso dell’Associazione latino-americana di diritto penale e criminologia, n. 1).

[4] Cfr. L. Eusebi, Riformare gli strumenti della prevenzione penale, in «Dialoghi», n. 4/2013, pp. 13 ss.

[5] A parte la parabola equivoca del positivismo penale che, negando la capacità di autonomia dell’essere umano e ritenendo chi commetta reati portatore di anomalie, finiva per legittimare forme di intervento coattivo e indeterminate nel tempo sulla personalità del condannato, al fine di neutralizzarne la ritenuta pericolosità.

 

[6] In un documento del 13 novembre 2014 sulla riconciliazione nazionale i vescovi del Madagascar osservano che «il peccato riconosciuto diventa giustizia» (da http://vaticaninsider.lastampa.it/).

[7] Il ricorso al carcere dovrebbe realizzarsi in termini effettivi di extrema ratio (si vedano le considerazioni dedicate da papa Francesco al «principio guida della cautela in poenam» nel discorso del 23 ottobre 2014 a una delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale), con riguardo, essenzialmente, al sussistere di un pericolo concreto della reiterazione, altrimenti, di reati gravi o alla necessità di recidere legami con la criminalità organizzata. Resta spazio, poi, per sanzioni intese a incidere su interessi economici: ad esempio, per la pena pecuniaria per tassi, le pene interdittive, i provvedimenti applicabili nei confronti degli enti circa reati commessi nel loro interesse o a loro vantaggio, ecc. Come pure si tratta di rendere ordinaria la confisca dei profitti conseguiti in modo criminoso.

 

[8] Si consenta il rinvio, sull’intera problematica, a L. Eusebi, La Chiesa e il problema della pena. Sulla risposta al negativo come sfida giuridica e teologica, La Scuola, Brescia 2014; cfr. inoltre E. Wiesnet, Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita. Sul rapporto fra cristianesimo e pena, trad. it. Giuffrè, Milano 1987 (1980).

[9] Così nella lettera cit. (supra, nota 3) del 30 maggio 2014, n. 3.

 

[10] Il testo è pubblicato in http://vaticaninsider.lastampa.it.

 

[11] Si consenta il rinvio a L. Eusebi,  Corresponsabilità verso le scelte giuridiche della società pluralista e criteri di intervento sulle c.d. norme imperfette, in A. Lopez  Trujillo et al. (a cura di), Evangelium vitae e diritto. Evangelium vitae and law, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, pp. 389 ss.

 

 

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