Il presente e il futuro delle città: verso un nuovo umanesimo?

La città crocevia del nostro tempo

La città è un progetto che nasce dalla volontà di vivere insieme, un progetto radicato nella storia, nella cultura, un progetto che si vorrebbe aperto alla speranza. D’accordo! Tuttavia, chi fa il progetto? Chi sono quelli che vogliono e possono vivere insieme? Quali storie? Quali culture? Quali speranze? Ce ne sono tante.

Non è facile rispondere a tali interrogativi. La città, crocevia di contraddizioni, è tante cose contemporaneamente. Certamente è fattore di modernità e di sviluppo, ambito di sedimentazione di risorse culturali e sociali che diventano brodo di coltura dell’innovazione e della sua diffusione. Ma è anche luogo di separatezze, di frammentazioni, talvolta di segregazioni. Ad ogni buon conto sempre più si presenterà come mosaico di popolazioni diverse, ognuna con una propria idea del vivere e del fruire la città.

Le forme urbane, in questi ultimi decenni, hanno registrato profondi cambiamenti dai quali non è possibile prescindere. Il rapporto industria-territorio si è fatto sempre più problematico. Le fabbriche hanno abbandonato i loro luoghi storici, lasciando spazio alle «aree dimesse», variamente utilizzate e utilizzabili, fonte sovente di grandi speculazioni immobiliari. Del pari gli ex quartieri operai si caratterizzano per massicci ricambi di popolazione. Gli agorà, i luoghi di incontro e di socializzazione, sono messi in discussione sia dai nuovi centri commerciali sia dalla rivoluzione telematica. Le periferie sono tanto interne quanto esterne rispetto alla città. In quest’ottica i centri storici assolvono a ruoli contradditori: funzioni estetiche e di rappresentanza durante il giorno; ambiti di degrado e di violenza durante la notte.

Nel contempo constatiamo da un lato l’affievolimento di tutta una serie di riferimenti culturali e valoriali che si erano consolidati nel corso del tempo e dall’altro lato l’emergere prepotente di molte chiusure «identitarie», identità corporative, identità localistiche, identità etnico-religiose. In definitiva le grandi città diventano «città divise», fondate sulla separazione, e la separazione alimenta la violenza e la povertà, secondo una miscela che rischia di diventare esplosiva. Papa Francesco in occasione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014) ha affermato: «Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie: quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi».

 

Welfare e governance delle grandi città

Siamo in presenza di un panorama complesso, caratterizzato da grandi contraddizioni. La città è diventata luogo emblematico di lettura delle molte crisi del nostro tempo. Può anche essere luogo in cui sperimentare segni di cambiamento, fondativi di un nuovo umanesimo, nel cui ambito amicizia, condivisione, partecipazione non sono parole vuote. Qui sta la sfida della governance delle grandi città, dei grandi sistemi metropolitani. Qui sta la sfida di un rinnovato welfare urbano.

Sono in gioco una governance e un welfare che, mai come oggi, devono essere efficienti (le risorse disponibili non sono molte), giusti (nelle nostre città ci sono troppi squilibri), plurali (capaci di fare i conti con la molteplicità delle situazioni), condivisi e partecipati, in grado di valorizzare le energie, le capacità esprimibili dalla società civile, rispetto alla quale le istituzioni locali non hanno una posizione sovraordinata, bensì di servizio, di promozione, di regolazione.   C’è una domanda di servizi sociali, o meglio, di vita buona, che deve essere promossa, sostenuta, trasformata da virtuale in effettiva. Nel contempo occorre assicurare la pluralità dei soggetti di offerta dei servizi evitando la formazione di posizioni di rendita e garantendo una reale libertà di scelta da parte dei cittadini.

Il modello semplificante del decisionismo istituzionale (del pianificatore benevolente, per dirla nei termini dell’economia del benessere) si rivela sempre più inadeguato di fronte alla complessità e all’interdipendenza degli interessi in gioco. Né d’altro canto il semplice rapporto di agenzia tra i cittadini e i loro rappresentanti-amministratori appare risolutivo. Vi possono essere asimmetrie informative, comportamenti opportunistici. È indispensabile allora un protagonismo dal basso che sarà tanto più efficace quanto più i cittadini sapranno organizzarsi e incorporare nelle loro preferenze elementi di equità e di solidarietà. Il concetto di democrazia si fa di conseguenza più ricco ed articolato.

Un welfare del genere non nasce a tavolino. Si deve partire innanzitutto da una lettura non intellettualistica dei bisogni. Nelle odierne società urbane le caratteristiche del bisogno non configurano più ambiti omogenei e uniformi ai quali applicare politiche standardizzate. Si impone invece una nuova attenzione alle caratteristiche del bisogno: per interventi formativi, per sostegni relazionali, per integrazioni di reddito, per servizi di cura, ecc.

In secondo luogo, dopo aver configurato le caratteristiche dei bisogni, occorre passare alla costruzione di percorsi poggianti su interventi mirati, finalizzati a promuovere processi di autonomizzazione personale, famigliare, comunitaria, processi di costruzione di libertà. Va da sé che nell’ottica del percorso non basta preoccuparsi semplicemente dei punti di partenza, tralasciando i punti di arrivo. All’uguaglianza delle opportunità va affiancata l’equità dei risultati.    Occorre pertanto passare da un welfare che assiste a un welfare che abilita; dal risarcimento delle carenze alla promozione delle facoltà; dall’accettazione dello status quo (conservatorismo compassionevole) alla presa di parola per cambiare.

 

La mappa dei bisogni della gente

Che configurazione assume la mappa dei bisogni nelle principali città italiane? Fra le determinanti dirette e indirette del malessere possiamo fare riferimento alle seguenti situazioni:

-      Invecchiamento della popolazione. La questione assume una triplice valenza. Esiste la condizione dell’anziano e in particolare dell’anziano solo. Esiste  la condizione del bambino e del ragazzo in una società anziana. Esiste altresì la condizione della donna, ad un tempo moglie, madre, figlia di genitori bisognosi di assistenza.

-      Progressiva destabilizzazione di categorie sociali sino a poco tempo fa ritenute senza problemi. L’incertezza e la precarietà lavorative; la disoccupazione e l’inoccupazione; la crisi di tante piccole iniziative di lavoro autonomo commerciale e artigianale; la perdita di potere d’acquisto di salari e di pensioni determinano l’aumento dell’area delle povertà assolute e relative, materiali e anche immateriali. A questo riguardo si può osservare che, nelle grandi città, la povertà manifesta talune caratteristiche comuni. È multidimensionale nel senso che debolezza economica, mancanza di istruzione, cattiva situazione sanitaria, alloggi fatiscenti, famiglie disgregate, diffusione della droga rappresentano altrettanti elementi di un mix sovente inestricabile. È cumulativa ed ereditaria in quanto i figli degli emarginati hanno oggi forti probabilità di rimanere tali. Ha dimensioni etnico-culturali ed è concentrata in zone specifiche della città – nel centro storico o in periferia – destinate a diventare “off limits”.

-      Sfilacciamento e atomizzazione del tessuto sociale. Aumentano le disuguaglianze e le discriminazioni. Sono colpiti i più deboli, i meno dotati, i meno rappresentati, i meno capaci di iniziativa personale. Tra non lavoro, esclusione e talvolta devianza i confini si fanno sempre più labili. L’esclusione è oggi il grande dramma e la grande paura.

-      L’immigrazione poi amplifica i problemi e le contraddizioni. L’obiettivo era quello di poter avere della «braccia», sono invece arrivate delle «persone». Al semplice e comodo «rapporto di produzione» o di «strumentalità» è giocoforza sostituire il «rapporto comunitario» che va costruito a partire da soggetti liberi di scegliere, di assumere la responsabilità del proprio destino. Una seconda notazione conseguente: la libertà delle persone non può esplicarsi soltanto nell’autodeterminazione. Questa deve comportare anche l’autorealizzazione e l’autorealizzazione, per essere tale, richiede un rapporto costruttivo con l’altro. Una terza notazione. L’autodeterminazione e l’autorealizzazione presuppongono altresì l’esistenza di spazi pubblici in cui soggetti portatori di storie, di identità culturali diverse possono esprimerle e confrontarle pacificamente e dialogicamente.

 

Città e bene comune. Il ruolo dei governi locali

La governance della città va profondamente ripensata nei suoi fondamenti e nelle sue strumentazioni. Per le amministrazioni comunali si prospetta l’esigenza di una vera e propria rivoluzione culturale nel senso di una governance che deve essere:

-     garante dei diritti di tutti i cittadini. Il tema dei livelli essenziali delle prestazioni, dei profili di qualità che possono essere pretesi da tutti secondo equità costituiscono altrettanti passaggi obbligati. La garanzia dei diritti non può essere semplicemente enunciata, richiede un organico e continuativo processo di misurazione e valutazione sulla base di parametri condivisi;

-     aperta alla partecipazione attiva dei cittadini, dei gruppi, delle associazioni che rappresentano dei veri e propri giacimenti di risorse progettuali e creative, purché si creino le condizioni per la loro esplicazione;

-     capace di lavorare in rete, sapendo anche utilizzare in maniera intelligente le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie infotelematiche;

-     promotrice di sviluppo economico e sociale sostenibile nell’ambito di una «buona città» in cui vivere;

-      responsabile. La responsabilità consiste nel rispondere di qualcosa a qualcuno, sulla base di determinati presupposti, in maniera organizzata e strutturata: ciò impatta sui sistemi di rendicontazione, preventiva e consuntiva (accountability), posti in essere dall’amministrazione comunale. Al bilancio tradizionale (opportunamente riclassificato) occorre affiancare il bilancio sociale. La conoscenza dei risultati (output) dell’azione politica e amministrativa del comune deve essere integrata con la conoscenza delle conseguenze (outcome). Con altre parole, le spese correnti e le spese di investimento quanta felicità riescono a generare? Quanta sofferenza contribuiscono a ridurre con riferimento alle diverse categorie di stakeholder ritenute rilevanti? Il dialogo, la partecipazione, il governo delle relazioni interne ed esterne concorrono a raccordare amministrazione e stakeholder. È in gioco la costruzione di una «catena di senso» che lega tra loro visione politico-valoriale del comune, obiettivi e strategie, risorse, interventi, risultati, conseguenze. La rendicontazione sociale dà forma e sostanza a tutto ciò. Non può limitarsi a una mera operazione di immagine.

Le città del nostro paese hanno bisogno di  un tessuto di relazioni sociali autentiche ovvero capaci da un lato di resistere alla forza prevaricante dei grandi poteri, specie massmediatici, che comprimono le esperienze individuali, e dall’altro di superare le situazioni di frammentazione e di chiusura particolaristica. Bene comune e società civile, tra loro strettamente connessi, possono rendere la città luogo di solidarietà concreta così come si esprime nei rapporti comunitari, condizione per lo sviluppo delle identità personali e collettive, incubatore di creatività e di imprenditorialità, ambito di regolazione sociale e garanzia di libertà.

In quest’ottica il discorso sulla sussidiarietà viene di per sé. La logica della sussidiarietà, nel rapporto tra pubblico e privato, è integrativa (et et) e non contrappositiva (aut aut). Raccorda istituzioni pubbliche e capacità sociali in un solo tessuto coesivo, unitariamente finalizzato allo sviluppo della persona. Il terzo settore, le formazioni sociali diffondono la solidarietà nella trama dei rapporti sociali e così facendo radicano un ethos amicale che può preparare a una solidarietà più larga di tipo politico.

 

La  città laboratorio.

È in questo senso che possiamo parlare di città laboratorio, luogo in cui leggere segni di cambiamento più ricchi in umanità. Si tratta di:

-         ricucire, ricomporre  relazioni ovvero di non rinchiudersi nel privato ma di aprirsi al sociale, coniugando libertà e solidarietà, riorganizzando i tempi e gli spazi della città, assumendo la persona e la famiglia come punto focale;

-         sperimentare nuove forme di convivenza sociale ed economica a partire dai pezzi di progetto elaborati dalle diverse soggettività e aggregazioni sociali, delegando loro risorse e responsabilità (convenzioni, accordi di programma a livello di quartiere, ecc.);

-         vivere e praticare l’interculturalità in un’ottica di dialogo. La cultura della città – lo ribadiamo – è anche la cultura delle differenze. Le diverse società, i diversi mondi, le diverse esperienze presenti nella città possono accogliersi reciprocamente. Questa – la città – non necessariamente deve essere una macchina tritatutto (melting pot) e neppure una macchina che genera separatezze e segregazione.

Discendono da tutto ciò alcune piste di riflessione e di impegno. Occorre ricercare possibili sinergie tra innovazione economica, sociale e civile capendo quali sono le carte effettivamente giocabili dalle città in vista del bene comune. Occorre reimpostare su nuove basi – condivise e partecipate – la progettazione urbanistica e sociale. Occorre saper valorizzare le risorse di creatività presenti nei giovani, nelle donne, negli immigrati  e anche l’esperienza e la disponibilità degli anziani. Occorre vedere nei servizi l’incontro tra pubblico e privato nonché lo strumento di lotta contro l’esclusione e la povertà.

Grandi trasformazioni attendono le città negli anni a venire. Si tratta di vedere se tutto ciò deve necessariamente avvenire in termini di «distruzione creativa» con la conseguente diffusione di omologhi valori di competizione, di merito individualistico, con la distinzione tra vincitori e vinti oppure se sia  perseguibile un’ipotesi di «solidarietà generativa» con l’inserimento dei processi in una prospettiva di controllo comunitario, con lo sviluppo di valori di  comunicazione, dialogo, cooperazione. Concludo richiamando ancora le parole di  papa Francesco in occasione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari: «Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, son piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!».

È questa la sfida che abbiamo di fronte. La sfida di una cittadinanza senza confini, in una città senza confini. Nella dialettica tra un globale omologante e un locale che si chiude in se stesso occorre scoprire l’universale. E l’universale non presuppone una concezione statica dell’uomo, un’idea di uomo chiusa, identica a se stessa. L’universale è un gesto in direzione dell’altro cui non impongo la mia idea di uomo o i miei valori. Cerco piuttosto di rispondere con amore ai suoi bisogni. Nelle nostre città può dunque maturare un codice genetico-sociale centrato sulla correlazione tra la dignità indivisibile della persona e il valore del mondo nel quale ci troviamo. Potremmo in definitiva parlare di codice della prossimità globale come fondamento del fare e vivere la città.

 

 

La ricchezza di questo Dossier

Il convegno – di cui riportiamo gli interventi più significativi – è stato un viaggio alla ricerca della città, intesa come spazio di relazioni capaci, nonostante i molti problemi e le molte contraddizioni, di produrre valore e legami nella prospettiva di un nuovo umanesimo. Non a caso uso la parola viaggio. Agnes Heller definisce la città e la cittadinanza come un «viaggio in cui non sapremo mai in anticipo chi incontreremo nel corso del viaggio stesso». Le relazioni, di cui si riporta qui di seguito il filo conduttore, si misurano sia con il contesto in cui avviene il viaggio, visto nelle sue molteplici dimensioni urbanistiche, sociali, culturali, politiche, economiche, sia con l’atteggiamento del viaggiatore disponibile a riconoscersi, a entrare in relazione con gli altri viaggiatori, condividendo insieme il cammino.

 

Per Mauro Magatti la città è il luogo in cui si esprime emblematicamente la contraddizione tra la vita concreta delle persone, il loro essere comunità, e la pervasività dei processi tecno-economici, astratti, globali, massificanti che fanno della città una fabbrica. Da un lato sta l’eccellenza efficientistica delle élite, dall’altro registriamo la concentrazione della miseria, del degrado, dell’abbandono. Ma queste sono ancora città? È accettabile una prospettiva dove i più forti, i più bravi vincono e prendono tutto e per gli altri restano gli scarti, anzi gli altri diventano scarti? Per Magatti la strada da percorrere è radicalmente diversa. In contrapposizione al codice dell’individualismo la città deve essere letta nell’ottica di un codice generativo, che non nega l’importanza della tecnica e dell’economia, ma le subordina alla creazione di spazi in cui sia possibile condurre una vita umana fondata sulla reciprocità e sulla valorizzazione dei beni di comunità. Nella città, sede di un nuovo umanesimo, ci si prende cura gli uni degli altri, di quelli che ci hanno preceduto e di quelli che ci seguiranno, si desidera, si mette al mondo, si dà quello che non si ha, si trova quello che non si cerca.

 

Mons. Ignazio Sanna nel suo contributo si interroga sul posto del sacro nelle grandi città del nostro tempo. La scomparsa di molti luoghi di culto costituisce un dato di fatto. Nel vecchio continente  - si vedano in particolare i paesi del Nord Europa - le chiese diventano musei, officine, alberghi, teatri. Ciò per numerosi motivi: la scarsità di fedeli, di risorse finanziarie, il mutamento negli stili di vita, la diffusione di credi diversi. Gli spazi fisici per la preghiera, la meditazione, il raccoglimento vengono progressivamente meno. L’interrogativo che ci si deve porre a questo punto è il seguente: il sacro è destinato a sparire definitivamente oppure a trasformarsi e a dislocarsi? La domanda ci porta al cuore della nostra fede: i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Il cristiano non ha luoghi di culto se non la persona di Gesù. Dobbiamo saper andare oltre i nostri recinti del sacro. Si aprono allora nuove prospettive, nuovi modi di guardare al problema. Nelle nostre città ci sono tanti altari sui quali si offrono i sacrifici della solitudine, dell’abbandono, della disperazione, ci sono anche i santuari domestici dove la famiglia, piccola Chiesa, è chiamata a santificarsi e a santificare la comunità ecclesiale e il mondo. La dignità di ogni uomo e di ogni donna, così conclude mons. Sanna, costituisce uno spazio sacro che richiede massimo rispetto e non può essere violato da nessuna offesa o sopraffazione.

 

Per Roberto Gatti il rapporto tra cittadinanza e cultura fa oggi problema. Termini quali assimilazionismo, multiculturalismo, interculturalità lasciano aperti non pochi interrogativi. Uno fra tutti, cosa deve intendersi per coesione sociale. La nostra epoca è segnata dai processi di globalizzazione e, al loro interno, dai fenomeni migratori (non per scelta ma per drammatica necessità) e dallo sviluppo di società fortemente differenziate. La soluzione non sta evidentemente nella chiusura delle frontiere e nella costruzione di muri che ripugnano alla nostra coscienza, ma neppure nella rinuncia alla nostra cultura sociale di nazioni democratiche. Del pari non possiamo accettare che le culture sociali dei paesi dai quali proviene l’immigrazione di massa siano travolte da mostruosi squilibri, guerre intestine, fanatismi sovente strumentalizzati dagli interessi delle grandi potenze. Come dipanare questo intreccio? Non è agevole rispondere. Gatti individua però l’innesco del percorso: non c’è interculturalità senza uguaglianza di sviluppo tra i popoli. Fermo restando il dovere dell’accoglienza e del rispetto delle culture sociali degli immigrati, si tratterrebbe di impegnarsi affinché dai paesi che oggi sono nella miseria e nella marginalità non si debba più fuggire per necessità, ma sia data a tutti la possibilità di abitare in modo degno le proprie città. Finirà così l’esodo per lasciare spazio a un reale cosmopolitismo fatto di libero confronto e di reciproco arricchimento.

 

Gregorio Arena nel suo intervento ripercorre l’esperienza del Laboratorio per la sussidiarietà (Labsus) richiamandone i valori che lo guidano e il grande obiettivo che si propone, quello di dare vita in tutte le città italiane a comunità create condividendo attività di cura dei beni comuni, materiali e immateriali presenti nel territorio. Siamo in presenza di un grande progetto di ricostruzione civile, materiale e morale. I cittadini si mobilitano per migliorare la qualità della vita del contesto in cui abitano, prendendosi cura dei beni di tutti come se fossero i propri. Dai problemi si esce insieme e le relazioni che si instaurano creano capitale sociale sempre più indispensabile per uno sviluppo autenticamente umano, fondato sulla democrazia della partecipazione. Un numero crescente di persone è oggi disponibile a rimboccarsi le maniche. Le potenzialità sono enormi, quasi una rivoluzione antropologica. Le persone non sono viste semplicemente come portatrici di bisogni ma anche e soprattutto di capacità. La sfida è quella della sussidiarietà e la sussidiarietà è un principio costituzionale cui occorre dare attuazione nonostante le mille difficoltà, vincoli e impedimenti. L’esperienza che Labsus sta portando avanti a Bologna ci dice che la strada è percorribile. Il nostro paese, le nostre città non ripartono – questa è la conclusione di Arena – se non abbiamo fiducia in noi stessi e nel nostro futuro.

 

Il dossier di «Dialoghi» si conclude con una intervista a più voci. Carla Danani, Michele Colasanto, Roberto Camagni esplorano problemi e prospettive delle città con uno sguardo attento alle dimensioni etiche, sociali, economiche viste nella loro interdipendenza. Diseguaglianze, povertà, esclusione segnano la vita delle città. Diffidenze, chiusure, paure sono i sintomi di un disagio profondo che ha radici strutturali e che i fenomeni migratori tendono a enfatizzare. Ma accanto ai problemi vi sono le potenzialità sia delle città grandi che di quelle medio-piccole. Il loro contributo allo sviluppo si concretizza nel nodo di relazioni che possono essere attivate e che stimolano la creatività e l’innovazione, nella costruzione di ambiti in cui l’azione collettiva si misura con le esigenze della solidarietà e della sussidiarietà attraverso la gestione dei beni comuni. Ma quali condizioni sono necessarie perché ciò avvenga? Trattasi di condizioni economiche – una nuova fiscalità per nuove risorse finalizzate in primis a ridurre le diseguaglianze – politiche, sociali, culturali. Il rapporto con l’immigrazione resta un passaggio obbligato. La prospettiva interculturale presuppone rispetto, dialogo, responsabilità nella reciprocità di relazione da parte di tutti gli attori coinvolti. Tutto questo comporta la necessità di investire in cittadinanza, in formazione alle virtù democratiche, per saper abitare gli spazi della convivenza, dell’incontro e della partecipazione.

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