La comunicazione ai tempi di papa Francesco

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In questo video, mons. Domenico Pompili, direttore dell'ufficio nazionale delle comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, analizza la rivoluzione nel linguaggio del papato e della chiesa dopo l'avvento di papa Francesco, un anno fa.

 Il sottosegretario Cei evoca “alcuni punti cardinali che papa Francesco offre con evidenza alla chiesa” e che costituiscono “quasi una bussola da cui lasciarsi orientare” nel lavoro di operatori della comunicazione.

Tra i “pericoli” che la chiesa corre al suo interno e che ne ostacolano il cammino di evangelizzazione, il direttore dell’ufficio comunicazioni sociali indica l’“ideologizzazione del messaggio evangelico”, cioè “uno sguardo distaccato, come da un balcone, quasi che il mondo sia semplicemente un nostro dirimpettaio. Lo sguardo del discepolo non può essere neutro e tantomeno neutrale, ma deve coinvolgersi personalmente”. Altro pericolo è “il funzionalismo”, vale a dire, “ridurre la chiesa a una serie di cose da fare con scrupolosa meticolosità ma lasciandosi ispirare da un criterio quantitativo, pago solo dei risultati verificabili. Di qui il passo a una chiesa imprenditrice è breve”. Inoltre, vi è “il clericalismo”, che è “una sorta di complicità peccatrice”, perché “tiene i laici in regime di sudditanza e non favorisce la crescita di personalità mature nella fede e riconosciute nella loro competenza. E viene meno perfino quella capacità di liberare energie positive e responsabili che in passato si esprimevano nel variegato mondo della religiosità popolare”.

Occorre, osserva monsignor Pompili, “muoversi verso l’altro e non aspettarlo al varco. Il discepolo missionario non è mai statico. Non ci si riferisce qui alla velocità cui è ormai consegnata la vita di tutti ma alla capacità di accettare il decentramento. Non siamo più realisticamente la fontana del villaggio, il centro pulsante della vita comunitaria. Sono altri i riferimenti che strutturano la vita urbana o rurale. Sicuramente più il centro commerciale che la chiesa parrocchiale”. Questo, però, “non significa arrendersi alle logiche economiche e funzionali, ma uscire dal centro e andare verso le periferie esistenziali”. Accanto “all’atteggiamento decentrato occorre pure una maggiore attitudine al confronto e alla ricerca condivisa di mete comuni. La comunione – ricorda il direttore – significa che non basta un leader che faccia da sé, ma ci vogliono tanti punti che si avvicinano per tessere la rete, che non camufferà mai le diversità pur all’interno di una sostanziale unità”. Infine, “si richiede anche un ritorno all’essenziale”.

La “grande lezione di comunicazione che Francesco ci va impartendo – sottolinea il sottosegretario – parte dal presupposto ignaziano che 'Dio è in tutte le cose' e ovunque, e quindi va cercato e valorizzato ovunque. Come gli antropologi da sempre riconoscono, tutto parla: anche le ‘dimensioni nascoste’ della comunicazione (come le chiamava l’antropologo Edward T. Hall), ovvero lo spazio e il tempo, sono estremamente eloquenti e, soprattutto, in grado di favorire (o ostacolare) la relazione”.

Oltre “a questa attenzione alle dimensioni della comunicazione (lo spazio, il tempo, il corpo), che già sono parte del messaggio che si vuole trasmettere – aggiunge monsignor Pompili –, si possono trarre dallo stile comunicativo di Papa Francesco ancora almeno tre indicazioni per evangelizzare nella comunione”: “comunicare è condividere: nessuno deve essere ricettore passivo, carta assorbente, semplice target di un messaggio. Per comprendere bisogna partecipare, e partecipando si fa comunità attorno a un centro vivo, che è la buona notizia”; “la comunicazione è dialogica e parte dall’ascolto e dal prendere sul serio l’interlocutore, anche quando esprime posizioni molto diverse. Andandogli incontro sul suo terreno e cercando di valorizzare ciò che c’è in comune piuttosto che ciò che divide (atteggiamento molto comune perché funzionale alla ‘chiarezza identitaria’); la comunicazione deve attraversare tutti gli ambienti: farsi prossimo implica saper valorizzare anche la dimensione digitale, che non esclude ma anzi potenzia l’incontro.

Anche un tweet può avvicinare e invitare alla preghiera, come dimostra l’esempio dell’hashtag #prayforpeace lanciato da Papa Francesco su Twitter per pregare per la pace in Siria. Anche il digitale, in fondo – conclude il sottosegretario –, fa parte ormai del nostro quotidiano e va integrato tra gli spazi della prossimità”, come si legge nel messaggio per la 48esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

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