Pregare nella storia

Lessico della vita interiore di Enzo Bianchi

Può infastidire o indisporre alcuni, ma ogni volta che infuria una guerra il  successore di Pietro, il papa, chiede di pregare con insistenza affinché si aprano vie di pace, di dialogo e quindi di riconciliazione; vescovi e pastori di altre confessioni cristiane invitano anch’essi alla preghiera; cristiani di tutte le età, uomini e donne di ogni angolo della terra si rivolgono alloro Dio, Padre di tutti, con una sofferta intercessione. Rito inutile? Rifugio tranquillizzante per la coscienza? No, proprio la preghiera è eloquenza della loro fede: se non ci fosse  la preghiera – questo rivolgersi a Dio dandogli del tu – non ci sarebbe neanche la, fede, che è fiducia riposta in Dio, adesione al Signore vivente. Per il cristiano è proprio la preghiera l’azione per eccellenza, l’«opera da compiere», la prassi, l’azione efficace nella storia. Quando si vivono ore di guerra, ciascuno misura innanzitutto la propria impotenza, l’incapacità a capire con chiarezza le ragioni stesse di un conflitto: anche in questo nostro tempo, alla fine di un secolo che la retorica ogni giorno condanna come secolo segnato dal sangue, ci ritroviamo di fronte a situazioni che evocano l’inizio del secolo...

Ma è proprio misurando la propria impotenza che il cristiano si rivolge al Signore: non per invocare soluzioni magiche, non per sentirsi sottratto all’impegno e alla responsabilità, non per essere esentato dalla storia, ma perché la sua fede nel Signore della storia lo porta a intercedere. Ora, «intercedere» significa «fare un passo tra», muoversi tra due realtà, immettere in una situazione negativa elementi in grado di mutarla: significa diventare solidale con chi è nel bisogno, recando dall’interno l’aiuto possibile, significa soprattutto compiere la volontà del  Signore che è sempre volontà di perdono, di pace, di vita piena. Gesù ha detto: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!» (Luca 11,13).

Ecco la «cosa buona» che i cristiani chiedono nella preghiera: lo Spirito santo che agisce nel cuore e nelle menti degli uomini e vi immette pensieri e progetti di pace. Ecco cosa i cristiani sono sicuri di ottenere, perché Gesù lo ha promesso... Allora questa preghiera diviene efficace nella storia, una preghiera capace di raccogliere le grida delle vittime, le urla che invocano giustizia. Questa preghiera si fa voce di tutto il sangue innocente versato, da quello di Abele il giusto fino a quello dei poveri, degli inermi kosovari, albanesi o serbi, vittime di una violenza e di una guerra decisa da altri sulle loro teste, una guerra dalla quale non possono uscire vincitori ma solo sconfitti: uomini e donne sfigurati per generazioni dalla brutalità della violenza dell’essere umano sul proprio simile. La preghiera è una componente essenziale della storia perché il grido dei poveri e delle vittime che sale a Dio chiedendo giustizia e pace non va perduto, come ha detto Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?(Luca 18,7). Chi pensa che la preghiera sia un’evasione dalla storia, un’esenzione a basso prezzo, mostra di non conoscere l’attesa, la speranza e vive il succedersi degli eventi come un eterno continuum in cui regna il fatalismo e la lettura cinica della realtà. Quando il successore di Pietro chiede alla chiesa di pregare, le chiede di essere conseguente più che mai con la propria fede, di stare nella storia con le armi che le sono proprie, le armi salvifiche dell’intercessione, le chiede di stare nel mondo senza essere mondana, di assumere un comportamento ispirato dall’ascolto della Parola di Dio. Come dice il Salmista: «Ascolto la parola del Signore. Dio parla di pace al suo popolo, ai suoi fedeli, affinché non ritornino alla loro follia!» (Salmo 85,9).
Senza preghiera c’è solo una vaga appartenenza al cristianesimo, non c’è fede autentica ma solo ideologia, non c’è speranza ma  solo autosufficienza, non c’è carità cristiana ma solo frenesia di protagonismo filantropico. Sì, anche quando le apparenze paiono affermare il contrario, la preghiera – dialogo con il Dio che salva – salverà il mondo.

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