Preghiera e immagine di Dio

Lessico della vita interiore di Enzo Bianchi

L’uomo che prega si rivolge a Dio «che non si vede» (cfr. 1 Giovanni 4,20). E tuttavia nella preghiera è implicata necessariamente una certa immagine di Dio da parte dell’uomo. È evidente allora come sia facile il rischio della menzogna e dell’idolatria: il rischio è quello di forgiarsi un Dio a propria immagine e somiglianza e rendere la preghiera un atto autogiustificatorio, autistico, rassicurante. L’esempio della preghiera del fariseo e del pubblicano al Tempio nella parabola lucana (Luca 18,9-14) è significativo. I due diversi atteggiamenti di preghiera esprimono due differenti immagini di Dio relative a due differenti immagini che i due uomini hanno di sé. In particolare, la preghiera del fariseo manifesta l’atteggiamento di chi «si sente a posto con Dio»; ai suoi occhi il suo Dio non può che confermare il suo agire, eppure la frase finale della narrazione sconfessa l’immagine di Dio che quest’uomo aveva: egli non tornò a casa sua giustificato! Mentre il pubblicano si espone radicalmente all’alterità di Dio entrando così nel rapporto giusto con Dio, il fariseo sovrappone il suo «ego» all’immagine di Dio: nella sua preghiera c’è (con)fusione tra il suo «io» e «Dio». Rischio, questo, molto frequente presso gli uomini religiosi! Ora, il primato dell’ascolto nella preghiera cristiana indica che essa è lo spazio in cui le immagini di Dio che noi forgiamo vengono spezzate, purificate, convertite.

La preghiera, infatti, è ricerca di un incontro fra due libertà, quella dell’uomo e quella di Dio. In questa ricerca la distanza fra immagine di Dio forgiata dall’uomo e alterità rivelata di Dio diviene lo scarto fra la domanda e l’esaudimento, fra l’attesa e la realizzazione. Ecco perché al cuore della preghiera cristiana c’è l’invocazione: «Sia fatta la tua volontà» (Matteo 6,10). Nello scarto fra volontà dell’uomo e volontà di Dio la preghiera agisce come spazio di conversione e accettazione della volontà di Dio. È lo scarto, ed è la preghiera, che ha vissuto Gesù stesso al Getsemani: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi» (Marco 14,36). È lo scarto, ed è la preghiera, che Paolo ha vissuto con particolare drammaticità: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Corinti 12,7-9). Paolo accetta la contraddizione portata alla sua richiesta che non viene esaudita e così la sua preghiera lo porta a riflettere esistenzialmente l’immagine del Dio che non l’esaudisce, ma che gli resta accanto nella sua debolezza. Paolo deve accettare la modificazione della sua, pur corretta e rispettosa, immagine di Dio. Così la sua vita si conforma sempre più all’immagine rivelata di Dio: quella del Cristo crocifisso. La preghiera cristiana conforma l’orante all’immagine del Cristo crocifisso. E il Crocifisso nel suo grido sulla croce ha accettato l’assenza assoluta di immagini di Dio. Il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34) denuncia la distanza fra l’immagine conosciuta del volto di Dio e la realtà presente. E dopo il grido dell’abbandono, secondo Marco, c’è solo un urlo inarticolato: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Marco 15,37). Non c’è più parola, non c’è più immagine; non c’è più teo-logia, non c’è più parola su Dio; non c’è più rappresentazione di Dio. Dunque, non c’è più riduzione di Dio a idolo! Il silenzio e il buio delle tre ore dall’ora sesta all’ora nona sono il sigillo di questo indicibile e invisibile di Dio che salvaguarda il suo mistero e la sua alterità. Ma proprio quel radicale annichilimento di immagini di Dio (chi mai ha raffigurato Dio in un condannato a morte?) e di parole su Dio (il Dio crocifisso non spezza forse ogni 16 gos?) è l’abolizione radicale dell’idolatria, della riduzione di Dio a immagine dell’uomo. La presenza di Dio, l’immagine di Dio ormai va vista lì, nel Cristo crocifisso: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Sì, il Cristo crocifisso annichilisce Dio come immagine dell’uomo e ci presenta un uomo come immagine (eikon) di Dio. Il Cristo crocifisso è l’immagine di Dio che spezza le nostre immagini di Dio. Il Crocifisso è anche l’immagine di fronte alla quale noi preghiamo, ma che deve spezzare le immagini che, volenti o nolenti, proiettiamo su Dio. L’immagine di Dio manifestata dal Cristo crocifisso smentisce l’immagine di Dio «professata» dal fariseo al Tempio, immagine connessa a una certa considerazione di sé supportata da un’immagine – spregiativa – degli altri. La preghiera è dunque composizione attorno al Cristo crocifisso delle immagini di sé, degli altri e di Dio. L’immagine di Dio che è il Cristo crocifisso custodisce Paolo dalla tentazione dell’orgoglio, del «super-io» (il «montare in superbia», hyper-airomai, 2 Corinti 12,7, convertito nel porre il proprio vanto nelle sofferenze patite «per Cristo», hypèr Christou, 2 Corinti 12,10) e lo conduce, grazie alla preghiera, a parteciparla nella sua vita: «lo porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Galati 6,17; cfr. Colossesi 1,24). Così la preghiera, conformando al Cristo crocifisso, diviene anche promessa di resurrezione, spazio di trasfigurazione nell’immagine gloriosa del Signore (cfr. 2 Corinti 3,18).

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