Rischiamo il futuro

Articolo pubblicato sul n. 3/2014 di "Dialoghi" Lavoro, mercato e formazione tratto dal seminario Un futuro a rischio o il rischio del futuro? organizzato il 6 giugno 2014 dall'Istituto "V. Bachelet" in collaborazione con il Settore Giovani.

 

Volere affrontare il problema del lavoro, in particolar modo quello giovanile, è, oltre che un’urgenza imposta dalla crisi, una decisiva risorsa per il futuro del paese e dell’Europa. Sul tema dell’occupazione e della crescita nei prossimi mesi decideremo se rischiare il futuro. L’elezione per il Parlamento europeo e il semestre di presidenza italiano sembrano aver dato nuovo impulso per sostenere la crescita economica e le politiche attive per il lavoro. Il binomio fondamentale che si cercherà di articolare sarà quello della formazione-lavoro, non potendo prescindere da un inquadramento a livello europeo. Tre saranno i punti fondamentali sui cui riflettere. Tra dati, esperienza e politiche attive possibili, è necessario inquadrare il rapporto tra occupazione e mondo giovanile, sciogliere il nodo del rapporto tra formazione e lavoro e, infine, capire il ruolo che l’Europa può assumere nel mercato unico. Prima di procedere all’analisi dei problemi concreti è però necessario capirne la portata antropologica e affermare che quelli del lavoro non sono numeri, ma persone che vivono nel nostro paese e hanno diritti e doveri, aspirazioni e dignità. Affermava La Pira in sede di Assemblea costituente che «come i muri maestri di una casa poggiano sulle fondazioni, così la struttura sociale della democrazia italiana poggia sul fondamento del lavoro»[1]: pensare il futuro occupazionale dei giovani significa riflettere del fondamento della costruzione sociale che la crisi ha messo in evidenza essere fragile non solo in Italia, ma in tutta l’Unione europea.

 

Giovani e lavoro: una relazione finita?

Parlando di giovani e lavoro si è sempre esposti al rischio di sbagliare prospettiva. La mancanza di lavoro nelle fasce giovanili infatti non è un problema generazionale, ma intergenerazionale: un problema dell’intero mercato del lavoro. Una premessa importante allora è quella di non guardare i giovani con la pretesa di ghettizzarli in stereotipi, ma di capire come si può agire sull’intero sistema di domanda e offerta. Per condurre un’analisi che vada al di là dei numeri macroeconomici e che restituisca il sentire degli under 30, sono tre gli studi di cui si darà conto: il Rapporto Istat sulla situazione del paese[2], l’indagine demoscopica condotta da Demopolis per la CISL[3] e il Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori. L’Istat ci consegna una fotografia dell’occupazione a tinte scure. Dal 2008 a oggi il tasso di occupati tra i 15 e i 34 anni è sceso del 10%, con un tasso che si attesta al 40,2%. Sono i giovani quindi i più colpiti dalla crisi e ciò avviene, allargando lo sguardo, in quasi tutti i paesi europei con un tasso di occupazione che, pur mantenendosi sopra quello italiano (54,4%), rimane in forte calo (soprattutto in Spagna e Grecia; in controtendenza la Germania che ha visto salire l’occupazione giovanile).

La crisi economica che attraversiamo ha quindi frenato in maniera evidente la possibilità di occupazione giovanile. La nostra economia assomiglia a un motore inceppato che fa fatica a servirsi del carburante di risorse di cui disporrebbe e, fintanto che non riuscirà a rimettersi in moto, è necessario porre le basi perché tali energie non siano dissipate e siano spendibili in maniera efficace. In questo senso non sorprende il dato dei giovani che escono dall’Italia per trovare lavoro e decidono di non tornare: sono ben novantaquattromila nei cinque anni di crisi. Tale dato, se può confortare nella prospettiva di un mercato unico europeo che funziona e crea mobilità, è preoccupante per l’incapacità, che più avanti analizzeremo, di proporre una strategia di riequilibrio nelle varie aree del continente. Tornando alla relazione tra giovani e lavoro, due ancora sono gli aspetti che devono essere sottolineati. Da un lato, la rilevazione di un dualismo intergenerazionale molto più forte di ogni altro dualismo sociale (Nord-Sud, lavoro femminile-maschile…), che si manifesta in forme contrattuali garantite per gli adulti e sempre meno stabili per i giovani. Dall’altro una vera e propria «eutanasia demografica» che, se non affrontata, porterà al collasso della previdenza sociale italiana: basti pensare che, stando alle previsioni sugli andamenti degli ultimi dieci anni, nel 2050 avremo, su dieci persone occupate, otto in pensione. È allora urgente trovare forme di occupazione immediata per tutti, che garantiscano però una sostenibilità intergenerazionale.

 

Formazione e lavoro: un nodo per l’occupazione.

I problemi del lavoro giovanile si possono sintetizzare in tre macro aree: la pre-occupazione, l’in-occupazione e il lavoro irregolare. La formazione è trasversale a tutte le aree, ma particolarmente importante nella pre-occupazione e nel periodo di disoccupazione. La prospettiva dei giovani, proprio in virtù del dualismo generazionale che si è creato nel nostro mercato, è quella di lifelong learning (apprendimento permanente), cioè di una formazione che non sia una tantum, ma progressiva anche durante l’occupazione. A questo punto è necessario sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni e focalizzare l’attenzione sui paradossi che vivono gli under 30 italiani. Dipinti come sdraiati[4], si rileva dalle indagini demoscopiche che i giovani sembrano tutt’altro che reticenti a prendere l’iniziativa: essi sono – siamo – in una fase di «disincanto, ma non di resa»[5]. Viviamo tra aspettative spesso deluse. Un primo paradosso che si segnala è un forte desiderio di stabilità famigliare e lavorativa (secondo la ricerca di Demopolis, costituire una famiglia e avere un lavoro stabile sono i primi due desideri dei giovani nel 90% dei casi), che combatte con una realtà di permanenza lunga nel nucleo famigliare di origine e ripiegamento su lavori non in linea con la formazione. Emerge chiaramente che non c’è paura della flessibilità, ma timore per i periodi di disoccupazione. Un altro paradosso inedito che la nostra generazione si trova a vivere è la perdita di valore della propria formazione: i titoli – soprattutto universitari – sono diventati più che una forma di emancipazione, la certificazione di un declassamento sociale. Considerazione avvalorata dal fatto che il livello d’istruzione della popolazione è basso rispetto all’Europa (tra i 25 e 34 anni il 22,7% contro il 36,1% europeo), ma nonostante ciò i nostri laureati sono sovra-istruiti e il mercato non riesce ad assorbirli. Si è creato un mismatch pericoloso, perché il titolo di studio rimane una forma di paracadute per l’occupazione (tant’è che la diminuzione dei laureati occupati dal 2008 al 2013 è “solo” del 2,8%), ma per lavori molto al di sotto del livello di formazione acquisito.

In questa giungla di paradossi e difficili condizioni, l’elemento essenziale che compete alla formazione nella pre-occupazione e nell’in-occupazione è l’orientamento. Su questo punto i giovani testimoniano di essere “impreparati” e non sufficientemente accompagnati dalle istituzioni, dalle imprese e dal terzo settore. Sono infatti bocciate le esperienze di lavoro professionalizzanti che non abilitano all’impiego e che non conferiscono quelle conoscenze tecniche determinati per il lavoro: un intervistato su tre dice di non averle ricevute nel corso dei cicli d’istruzione né scolastici né universitari. Il disorientamento è poi dato dalla scarsa conoscenza dell’andamento delle professioni: il 55% dei giovani non sa all’inizio e durante la formazione quali siano i “buchi” occupazionali e si affidano, al termine degli studi, prevalentemente a Internet o alla rete di conoscenze famigliari (non favorendo le condizioni per promuovere il merito). Del tutto assenti dal panorama rimangono i centri pubblici per l’impiego attraverso cui solo l’1,4% dei richiedenti il servizio trova lavoro. L’orientamento lavorativo insomma sembra vivere una forte crisi dovuta alla mancanza di luoghi deputati ad indirizzare le competenze secondo criteri meritocratici.

Nel vecchio continente si sono sviluppati tre modelli di riferimento. Il modello anglosassone è improntato al welfare to work, un sistema di diritti e doveri in cui il disoccupato riceve sostegno al reddito e formazione, ma s’impegna ad accettare il posto di lavoro offerto. Un sistema ideato per i settori più deboli e svantaggiati della popolazione, che mira a un welfare orientato all’occupazione più che all’assistenzialismo. Lo schema scandinavo è invece basato sul learnfare, su alti livelli d’istruzione e politiche attive, sulla contrattazione orientata alla flessibilità. In Germania invece la formazione è sostenuta da forme di protezione sociale, dalla fecondazione tra scuola e lavoro e sulla preparazione tecnico-professionale.

In Italia non si è dato un chiaro indirizzo né nella formazione, né nell’orientamento e inserimento professionali. Dieci possono essere le piste da seguire, che costituiscono un vero e proprio «decalogo della formazione». Proposte che in tempo di crisi non avrebbero necessità di ingenti risorse, ma di un cambiamento di mentalità. Per prima cosa impostare un orientamento scolastico non solo occupazionale, ma guardando ai movimenti del mercato e all’innovazione; investire sulla formazione professionale e l’istruzione tecnica; puntare sui tirocini, preservando la formazione di base del sistema educativo italiano; integrare il percorso formativo lavorando sulle soft skill, sulle competenze trasversali e relazionali affinché fin da piccoli i luoghi didattici diventino centri di crescita personale (per esempio attraverso forme di didattica seminariale e interattiva); non irrigidire l’accesso al lavoro a progetto o partita IVA con il rischio – sempre più diffuso - di situazioni irregolari nelle forme del tirocinio e dello stage; puntare su un apprendistato di vera formazione e integrazione aziendale sostenuto da incentivi economici; puntare a una maggiore sinergia tra gli attori (imprese, pubbliche amministrazioni, Università, assessorati regionali alla formazione professionale) dei master universitari; riformare il Servizio civile affinché sia un’esperienza qualificata e qualificante; incentivare l’imprenditorialità giovanile nel terzo settore; e, infine, abbassare la tassazione sul lavoro giovanile. Sono proposte che tracciano un quadro ampio di riflessione ed azione e vorrebbero orientare il futuro possibile del lavoro in Italia lungo le direttrici della formazione di alto livello e della costituzione di percorsi di long life learning.

 

Un’Europa che sta a guardare?

L’ingresso nel mercato unico europeo ha inciso profondamente sul mercato del lavoro del nostro paese. La libertà di circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali ha contribuito ad assicurare un coordinamento sempre più intenso delle politiche del lavoro e di avvicinamento della legislazione sui contratti di lavoro. L’Europa ci ha inoltre imposto una progettualità che non avevamo con la strategia a obiettivi: significativo è ad esempio il programma Horizon 2020 che si prefigge l’obiettivo del 75% di occupati tra i 20 e i 65 anni entro la fine del decennio. Un programma di lungo corso però non basta. Con la concisa espressione di Tommaso Padoa-Schioppa «agli Stati il rigore, all'Europa la crescita» si può sintetizzare il cuore dell’unica via possibile di risoluzione della crisi dell’Eurozona. L’Europa ha in mano gli strumenti per un’efficace crescita e, nel campo del lavoro, la possibilità – che diventa il dovere – di intervenire con politiche attive per l’occupazione e con misure che costituiscano reti sociali di sostegno alla disoccupazione. I vent’anni che ci separano dal trattato di Maastricht infatti ci insegnano come non siano sufficienti il mercato comune e la parità di condizioni di tutti i cittadini europei per favorire l’occupazione. Questo tempo ha dimostrato invece che si è costituito un sistema duale europeo: all’unificazione geografica del mercato comune si è consolidata la separazione funzionale dei regimi nazionali di welfare state. Le politiche sociali europee si sono così sviluppate soltanto “in arrivo”, cioè nei paesi in cui il lavoro c’è, e non “in uscita”, nelle zone meno sviluppate in cui il tasso di disoccupazione è alto e che maggiormente soffrono l’emigrazione dei lavoratori qualificati. Si è provocata così una tensione tra le esigenze di uguaglianza in entrata imposte dal mercato comune e le risorse per il welfare in uscita che sono rimaste appannaggio degli Stati. Questo stato di cose comporterà sempre di più la divaricazione interna all’UE tra economie forti e quelle più deboli. Paradigmatica è la performance tedesca, dove l’occupazione, dopo una leggera flessione nel 2009, ha ricominciato a crescere fino a far registrare negli anni della crisi un aumento di oltre 1 milione 909 mila occupati e di 3,2 punti nel tasso di occupazione. Questi shock asimmetrici dell’Eurozona non potranno mai essere affrontati senza gli strumenti di politica fiscale ed economica comuni. Da subito possono però essere portate avanti delle politiche attive per il sostegno al lavoro e alla formazione di cui sono esempi positivi i programmi Erasmus+ e Youth Guarantee. Inoltre sarebbe possibile destinare – in una visione d’integrazione sociale sempre più sviluppata – un piano che orienti il Fondo sociale europeo dal welfare nazionale alla solidarietà comunitaria. Come accennato, il programma Erasmus+ rappresenta un significativo esperimento di sistematizzare il binomio formazione-lavoro in campo europeo. Esso combina tutti gli attuali regimi di finanziamento dell’UE nel settore dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport, compresi i programmi di apprendimento permanente (Erasmus, Leonardo, Comenius, Grundtvig). È ancora presto per giudicare i risultati del programma – che dipenderanno in larga misura dai fondi che saranno stanziati -, ma appare positivo il voler coordinare tutti i sistemi e programmi di formazione e collegarli ancor meglio con il mondo del lavoro. Di più immediato impatto è invece Youth Guarantee, «Garanzia Giovani», programma nato per combattere la disoccupazione. Destinato agli under 25 – con possibile estensione agli under 29 se ci fossero sufficienti coperture -, offre possibilità di lavoro, studio o formazione entro quattro mesi dalla fine degli studi o dall’inizio della disoccupazione. Con una fascia di possibili interessati composta da sei milioni di giovani e da un milione e duecento mila NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), il programma è interamente finanziato dall’Unione europea attraverso il Fondo sociale e lo YEI (Youth Employment Initiative) con più di 10 miliardi di euro all’anno per il periodo 2014-2020. L’UE vincola la loro erogazione a una serie complessa di regole e garanzie, del tutto simili a quelle richieste per gli altri fondi strutturali di cui spesso le nostre regioni non fanno buon uso. I giovani senza lavoro dovranno iscriversi online al programma, e da quel momento aspettare, entro sessanta giorni, la convocazione da parte degli uffici regionali che, in sinergia con i centri per l'impiego, hanno l'obbligo di fare a ciascuno di loro una proposta di lavoro, di stage, di riqualificazione professionale o di formazione, ma anche di servizio civile presso un ente non profit. I problemi che si evidenziano dopo la partenza estiva sono due. Da un lato la difficoltà oggettiva di far partecipare le imprese al programma a causa di parametri restrittivi d’accesso; dall’altro la lentezza dei centri per l’impiego nello smistamento delle richieste[6].

Nonostante questi timidi strumenti di formazione e occupazione, l’Europa non può più stare a guardare. In un momento così duro di recessione sono necessarie politiche attive per il lavoro che sappiano rilanciare non soltanto la crescita economica, ma anche una dimensione sociale europea.

 

Costruire una rete di potere-influenza contro «lo sguardo corto».

Di fronte alla situazione di emergenza occupazionale giovanile risuona ancora forte il richiamo ai giovani di papa Francesco: «Non fatevi rubare la speranza!»[7]. E ancora di fronte alla realtà di un mondo in cui cadono sempre gli estremi fragili della popolazione – i giovani e gli anziani -, persiste il monito di una speranza che nasce solo dalla solidarietà, «la speranza non è di uno, la speranza la facciamo tutti»[8]. Abbiamo il compito allora – come associazioni, gruppi, terzo settore – di risvegliare la speranza endogena che è propria di ogni giovane e di lottare contro lo «sguardo corto» esogeno. Dobbiamo esercitare un potere non inteso come potenza, ma come sana influenza soprattutto nel campo del lavoro: aiutare i giovani a far crescere capacità relazionali, fornire gli strumenti per orientare le scelte formative e, ancora, incentivare quelle forme di terzo settore che aiutano l’occupazione e forniscono servizi essenziali alla persona. Lottare contro lo «sguardo corto» significa superare le caricature di giovani arrendevoli e pessimisti, di una «società dell’incertezza» e di una certa ghettizzazione delle politiche giovanili. In attesa di politiche europee in grado di sostenere il lavoro, allargare lo sguardo deve essere la nostra priorità. Inventare strade nuove di orientamento, d’innovazione e creatività, non sarà solo un beneficio economico per noi, ma sarà riprendere le fila della socialità che rischiano di sopirsi nell’incertezza del futuro. Sarà prendersi cura di quel fondamento, il lavoro, che regge i muri maestri della nostra casa comune europea.


[1]Assemblea costituente, Atti parlamentari. Atti della Assemblea Costituente. Discussioni, 18 ottobre 1946.

 

[2] Istituto nazionale di Statistica, Rapporto annuale 2014. La situazione del Paese, in www.istat.it

[3] M. Colasanto (a cura di), Inchiesta sui giovani. Tra disincanto e strategie di vita, La Scuola, Brescia 2013.

[4]M. Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013.

[5]M. Colasanto (a cura di), op. cit.

[6] Nel sito www.garanziagiovani.gov.it/Monitoraggio è possibile verificare l’andamento delle iscrizioni attraverso un report settimanale diffuso dal Ministero del Lavoro.

[7]Papa Francesco, Discorso del Santo Padre durante l’incontro con il mondo del lavoro, Cagliari, 22 settembre 2013 in www.vatican.va

[8] Ibidem.

 

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