Una Chiesa povera per i poveri. Da "Dialoghi" 4/2013

Dopo la sua elezione alla sede di Pietro, papa Francesco ha spiegato la scelta del suo nome. «Perché mi chiamo Francesco? Perché lui ha incarnato la povertà. Io voglio una Chiesa povera per i poveri». Quest’ultima frase sta effettivamente diventando un filo conduttore del ministero del nuovo vescovo di Roma, espresso in tanti discorsi e gesti. Perché questa insistenza sulla povertà? Che visione della Chiesa vi sta dietro? Che cosa significa questo, concretamente, per la vita ecclesiale e l’esistenza personale di ciascuno di noi? Tante domande a partire delle quali quest’articolo tenterà di abbozzare una riflessione.

Un frutto del Concilio

Papa Francesco certo non ignora che il suo tema prediletto giocasse un ruolo importante, benché piuttosto nel retroscena, durante il Concilio Vaticano II (1962-1965). Già dalla prima sessione, un gruppo di vescovi e teologi si riuniva periodicamente al Collegio Belga per riflettere su “Gesù, la Chiesa e i poveri” e fare delle proposte all’assemblea conciliare per documenti da scrivere e altri gesti da compiere. Prendendo spunto da una frase di Giovanni XXIII in un radiomessaggio un mese prima dell’apertura del Concilio (11 settembre 1962), l’iniziativa era poi conosciuta con il nome “Chiesa dei poveri”. Molti vescovi latinoamericani si associavano a questa ricerca, tra i più noti Helder Camara del Brasile e Manuel Larrain del Cile, ma la figura rappresentativa è stata sicuramente quella dell’arcivescovo di Bologna Giovanni Card. Lercaro, soprattutto grazie ad un intervento noto che faceva in aula alla fine della prima sessione (6 dicembre 1962). Il presule proponeva allora di prendere il tema del “mistero di Cristo nei poveri” come centro dell’insegnamento dottrinale e dell’opera di rinnovamento di tutto il Concilio.[1]

Per vari motivi non sempre facili da individuare, questa riflessione rimase come un fiume sotterraneo durante il Concilio e affiorava poco nei testi conciliari. Questa riluttanza non è dovuta alle scelte di papa Paolo VI, che incoraggiava molto il cardinal Lercaro e, durante la terza sessione, fece di propria iniziativa un gesto molto eloquente: depose la sua tiara sull’altare di San Pietro come dono ai poveri. All’impossibilità di vedere le loro intuizioni incarnarsi nei documenti conciliari, i sostenitori dell’iniziativa “Chiesa dei poveri” decidevano di scrivere un testo, conosciuto come “Patto delle catacombe”, reso pubblico alla fine di una celebrazione eucaristica presso le Catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965. I firmatari di questo patto s’impegnavano di procedere ad una “semplificazione degli abiti ecclesiastici e degli strumenti pastorali, nell’ottica di una chiara opzione per l’evangelizzazione dei poveri”.[2] L’impegno fu distribuito a tutti i padri conciliari e letto con attenzione da Paolo VI.

Già nelle riflessioni conciliari sul tema della povertà nella Chiesa sono emerse tre dimensioni connesse che sono di un’importanza permanente per la vita ecclesiale: la povertà nel mondo e la presenza della Chiesa in questo contesto; lo stile di vita dei cristiani e delle loro comunità alla luce del compito di trasmettere il Vangelo; il significato più profondo della povertà, intesa come “lo spirito delle Beatitudini”, nella vita e nel messaggio di Gesù Cristo. Prendiamo questi tre temi uno per volta riflettendo sul loro significato per la fede.

Verso una nuova solidarietà

Per molti di coloro che intraprendevano questa riflessione sulla povertà evangelica, la prima spinta fu data dalla situazione di un mondo diviso in due campi, una piccola minoranza di gente benestante e una crescente maggioranza di persone indigenti e persino costrette a lottare per sopravvivere. Il paradosso, per non dire lo scandalo, stava nel fatto che nel suo insieme, la Chiesa di Cristo era identificata con il primo gruppo, quello dei privilegiati, e vista come sempre più lontana dalle masse diseredate. Nessuno poteva negare che, nel corso dei secoli, i cristiani avessero fatto molto per aiutare gli svantaggiati, però rimaneva il fatto che la Chiesa in quanto tale non dava l’impressione di mettere in questione la logica di un mondo diviso fra ricchi e poveri, essa apparteneva al mondo dei “ricchi” e sembrava a suo agio in quel mondo.

Ora, siccome Gesù è venuto per rivelare il volto di un Dio che ama tutti gli esseri umani senza eccezione, egli è voluto andare in maniera privilegiata verso chi sembrava il più lontano, cioè i poveri in senso generale: i bisognosi materialmente, ma anche gli emarginati di tutti i tipi, la gente della “periferia”, per utilizzare un’espressione cara al vescovo di Roma attuale. Nella società di allora, questi entrarono sotto la rubrica dei “peccatori”, in quel tempo una categoria più sociale che etica. La scena all’inizio del Vangelo (Mc 2,15-17 e paralleli) dove si vede Gesù a tavola con queste persone diseredate la dice lunga sulla rivoluzione da lui intrapresa. Infatti, condividere un pasto significava dichiararsi membri di una sola famiglia, esprimere una comunione di vita. Se l’uomo di Dio trova il suo piacere nello stare con gli ultimi, egli inaugura un nuovo modo di convivere fondato non sulle preferenze umane e la ricerca dei privilegi ma sulla chiara percezione che formiamo una sola famiglia umana, dove nessuno è escluso.

Questa scelta paradigmatica di Gesù doveva essere portata avanti dalla comunità dei suoi discepoli, la Chiesa. Per questo motivo l’assemblea del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) a Puebla (Messico) nel 1979, seguendo le tracce di quella di Medellin (Colombia) nel 1968, ha forgiato l’espressione “l’opzione preferenziale per i poveri”. Questa espressione ha fatto fortuna e, con il papa Giovanni Paolo II, è entrata nella dottrina sociale della Chiesa cattolica.[3] È particolarmente cara all’attuale vescovo di Roma e ha influito sulle riflessioni dell’assemblea del CELAM a Aparecida (Brasile) nel 2007.[4] Significa che, per essere la Chiesa di tutti, la comunità cristiana deve avere un’attenzione particolare ai “più piccoli dei fratelli e sorelle” e discernere la presenza di Cristo in loro (cfr. Mt 25,40). Quest’attenzione va oltre un aiuto materiale, è tutt’altro che un atteggiamento paternalistico che mantiene i rapporti di disuguaglianza e non serve che a dare buona coscienza ai benestanti. Richiede la creazione di veri rapporti di amicizia tra persone di varie provenienze, rapporti reciproci, dove si capisce che chi è sfortunato dal punto di vista materiale possiede spesso dei tesori di umanità che possono arricchire la comunità nel suo insieme. È uno sforzo per assicurare un posto per tutti alla tavola di Cristo, quello del Regno di Dio (cfr. Lc 22,30).

Una parola più recente che esprime bene questo sforzo è la solidarietà. In una lettera scritta ai giovani nel 2012 intitolata Verso una nuova solidarietà, frère Alois, il priore della comunità di Taizé, scrive:

Il Cristo di comunione non è venuto per costituire i cristiani in una società isolata e separata, egli li manda per servire l’umanità come fermento di fiducia e di pace. (…) Attraverso la sua croce e la sua resurrezione Cristo ha instaurato una nuova solidarietà fra tutti gli esseri umani. In lui la frammentazione dell’umanità in gruppi opposti è già superata, in lui tutti formano una sola famiglia. La riconciliazione con Dio implica la riconciliazione fra gli uomini.[5]

E questa solidarietà passa per un’attenzione ai più emarginati, ci chiede di andare verso gli altri le mani vuote, senza pregiudizi, per capire chi è diverso da noi. Un primo passo verso una Chiesa povera per i poveri è quindi l’abbandono di ogni tentativo di costituire una casta privilegiata e la coscienza di appartenere pienamente alla famiglia umana, anzi di voler costruire questa famiglia attraverso la condivisione materiale e spirituale. Lievito nella pasta dell’umanità (vedi Mt 13,33), la Chiesa trova la sua ragione d’essere quando respinge ogni vano tentativo di separazione.

Una semplificazione continua dell’esistenza

La ricerca di sentirsi parte della famiglia umana e dunque di poter entrare nel mondo dei poveri, che ne costituiscono la maggioranza, richiede dalla Chiesa dei cambiamenti nel suo modo di presentarsi. Le apparenze di fasto e di ricchezza danno una falsa immagine della sua identità e quindi rischiano di allontanare tante persone dalla comunità dei credenti. Non è sorprendente che i vescovi firmatari del “Patto delle catacombe” nel 1965 siano stati particolarmente attenti a questa dimensione. Si sono impegnati tra l’altro a “vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20) [a rinunziare] per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti … e nelle insegne di metalli preziosi …, [a non avere] proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale…”[6]

Ovviamente, non si tratta soltanto delle apparenze, ma piuttosto di una più grande armonia tra l’apparire e l’essere. Una solidarietà con i poveri di questo mondo implica uno stile di vita sobria da parte della Chiesa nel suo insieme e da tutti i fedeli. Qui entra in gioco una distinzione che è spesso stata fonte di equivoco nella riflessione sulla povertà. Da una parte questa parola può evocare miseria, condizioni di vita non degne degli esseri umani, ed è chiaro che questa povertà debba essere combattuta con tutti i mezzi possibili. Dall’altra parte si tratta di ciò che si può chiamare povertà evangelica, una semplicità di vita che mette l’accento non sull’acquistare e sul possedere ma sulla condivisione materiale e spirituale. In una società in via di globalizzazione, dove la ricerca di profitto e il consumismo si estendono fino ai confini della terra, questa testimonianza di un’alternativa diventa più attuale che mai.

Frère Roger, il fondatore di Taizé, era molto sensibile al rischio di fraintendere la parola “povertà”. Per questo motivo, nella Regola di Taizé non parlava di povertà nel senso religioso ma piuttosto di “comunità dei beni” e di “semplicità”. E Frère Roger sottolineava sempre che la ricerca di uno stile di vita semplice non doveva aprire la porta ad un neo-puritanismo, un rifiuto dei beni della terra e della gioia: “Lo spirito di povertà non consiste nell’apparire miserabili, ma nell’utilizzare tutto con immaginazione, nella semplice bellezza della creazione”.[7] Se la Chiesa e i singoli cristiani potessero far capire, attraverso la loro vita più delle parole, che un’esistenza sobria, semplice, è fonte di una vera felicità, aiuterebbero tante persone a orientarsi in un mondo sempre più confuso e frenetico. E il processo di semplificazione continua, dalla parte di chi possiede i beni della terra, favorirebbe una più grande giustizia a livello mondiale.

La povertà e il mistero di Dio

Passiamo all’ultimo e più importante motivo di proclamare “una Chiesa povera per i poveri”. Una tale riflessione ci porta al cuore stesso del Vangelo di Gesù Cristo, l’annuncio della “forza dello Spirito Santo” (At 1,8) capace di trasformare il mondo in un regno di pace e di giustizia. Come ha capito san Paolo attraverso la sua esperienza personale, questa forza divina agisce pienamente quando l’uomo non vi oppone una resistenza, quando rinuncia a risolvere le cose unicamente con le sue forze e la sua comprensione. Quando l’apostolo chiede a Dio di togliergli un impedimento alla sua attività, il Signore si contenta di rispondere: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.” E Paolo conclude: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9s). Ha capito che tutti i suoi vantaggi erano “spazzatura”, una perdita rispetto a Cristo, non perché negativi in sé, ma perché facevano ostacolo alla piena manifestazione di Dio nella sua esistenza (vedi Fil 3,4-11).

Se la Chiesa ricerca una semplificazione materiale e spirituale e una più grande solidarietà con i poveri di questo mondo, è in definitiva perché così essa compie meglio la sua missione. La Chiesa esiste per testimoniare la forza dell’amore che pare sempre “stoltezza” e “debolezza” alla logica di questo mondo, nella fiducia che “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (vedi 1Cor 1,22-25). Se il popolo di Dio, e i singoli credenti, mettono da parte tutto il superfluo e l’eccessivo per concentrarsi sull’“unico essenziale” (vedi Lc 10,42), conosceranno la gioia delle Beatitudini, la felicità di chi pone tutta la sua fiducia in Cristo e cammina senza accumulare tesori per domani. Scopriranno la povertà in spirito (vedi Mt 5,3) che, tutt’altro di una fredda austerità, dà la libertà e la gioia di vivere pienamente nel momento presente.

Papa Francesco sostiene che questo atteggiamento è anche fonte di speranza. Parlando ai giovani delle scuole gesuiti, ha detto in risposta ad una domanda: “A tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! (…) E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, l’orgoglio. (…) Dove trovo la speranza? In Gesù povero, Gesù che si è fatto povero per noi. (…) Ma non lasciatevi rubare la speranza dal benessere, dallo spirito del benessere che, alla fine, ti porta a diventare un niente nella vita!” Mettendosi accanto ai diseredati di questo mondo, in solidarietà con la loro sorte, la Chiesa sente riaccendere in lei l’attesa di “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13). Diventa ciò che è nel suo intimo: un popolo di pellegrini, sorretto da Cristo solo, che mantiene gli occhi fissi sull’orizzonte da dove viene la sua salvezza, di maniera sempre inattesa.

 


[1] Vedi Corrado Lorefice, Dossetti e Lercaro: La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Ed. Paoline, Milano 2011. Testo dell’intervento a http://www.ilfoglio.it/soloqui/19179.

[2] Matteo Mennini, “Paul Gauthier e la povertà della chiesa durante il Vaticano II”, Cristianesimo nella storia 34 (2013), 1, p. 417. Vedi tutto l’articolo per la storia riassunta nei paragrafi precedenti.

[3] http://www.aggiornamentisociali.it/EasyNe2/LYT.aspx?Code=AGSO&IDLYT=769&...

[4] http://www.jsn.it/vieo/bergoglio-e-lopzione-preferenziale-per-i-poveri/

[5] http://www.taize.fr/it_article13241.html

[6] “Patto delle catacombe”, riprodotto nel Regno – att., n. 2, 2013, p. 50s.

[7] Le fonti di Taizé, Elledici, 1998, 2005, p. 79.

 

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