Attenzione

Lessico della vita interiore di Enzo Bianchi

La tradizione cristiana ha definito prosoché, «attenzione», l’atteggiamento di «concentrazione», di «tensione interiore verso», di «fissazione della mente su». L’espressione (anche nel latino attentio e attendere) ha una connotazione dinamica per cui chi fa attenzione è colui che è teso verso qualcosa. In profondità essa non è l’atto di una particolare facoltà dell’uomo, ma un movimento dell’intero essere umano, corpo e spirito. Scoperto il senso, il centro, lo scopo di un’esistenza, l’attenzione è la condotta unificata dell’uomo alla luce di tale meta, è la dedizione profonda a tale centro. Crescere nella capacità di attenzione significa crescere nell’unificazione personale.

Le discipline ascetiche e le tecniche di meditazione orientali conoscono bene l’attenzione: secondo il buddhismo è attraverso di essa che si può pervenire alla visione penetrativa della realtà, a quella che i Padri del deserto e la tradizione cristiana chiamano «dio rasi» (cioè visione profonda, al di là delle apparenze e delle esteriorità). Tuttavia, per il cristianesimo le radici della prosoché affondano nella dottrina ebraica della kawwanah, cioè dell’atteggiamento interiore di attenzione e vigilanza del cuore e dei sensi nella relazione con Dio, di adesione di tutto l’essere alle parole della preghiera e della Scrittura e soprattutto, attraverso di esse, alla presenza di Dio. Ecco perché nella tradizione cristiana l’attenzione sarà richiesta particolarmente nella celebrazione liturgica (opus Dei) e nella lettura biblica (lectio divina). Ma l’attenzione è realtà infinitamente più profonda. Essa è una lucida presenza a se stessi che diviene discernimento della presenza del Dio che è nell’uomo. Scrive Basilio commentando il versetto biblico «Sii attento a te stesso» (Deuteronomio 15,9): «Sii attento a te stesso per essere attento a Dio». Questa attenzione diviene lotta contro i pensieri che distraggono l’uomo, che lo allontanano dal suo centro, diviene custodia del cuore: «L’attenzione è il silenzio ininterrotto del cuore da ogni pensiero» (Esichio di Batos).

            Vi è cioè un aspetto di lotta insito nell’attenzione: occorre vigilare sui pensieri che sorgono nel cuore, riconoscerli nella loro natura e origine, estirpare quelli che sono perniciosi e impedire che la suggestione diventi azione, cioè consumazione di peccato, grazie al dialogo, all’intrattenimento interiore con essa. L’attenzione opera così la purificazione del cuore e diviene preghiera.

Giocando sull’assonanza fra prosoché (attenzione) e proseuché (preghiera) i Padri greci hanno mostrato i legami strettissimi fra le due realtà. «L’attenzione che cerca la preghiera troverà la preghiera: la preghiera infatti segue l’attenzione ed è a questa che occorre applicarsi» (Evagrio Pontico); «L’attenzione somma è propria della preghiera continua» (Esichio di Batos). In tempi più vicini a noi Simone Weil, riprendendo Malebranche, ha parlato dell’attenzione in termini di preghiera: «L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore. L’attenzione assolutamente pura è preghiera». È uno stato di veglia, di lucidità, che si oppone a tutte quelle inclinazioni dell’animo umano che tendono ad abbrutirlo, quali la pigrizia, la sonnolenza, la negligenza, la superficialità, la dispersione, il divertissement.

Proprio per questo essa è estremamente difficile, a caro prezzo. Sempre Simone Weil scrive: «C’è nella nostra anima qualcosa che rifugge dalla vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica». Nell’attenzione si opera uno spogliamento dell’«io»: l’«io» viene come calato nell’«oggetto» desiderato e assunto in lui. Anzi, nell’attenzione si può vedere che ciò che ci fa vivere in verità è ciò su cui fissiamo il desiderio, l’attesa, l’amore. L’attenzione rende presente l’atteso, il desiderato. Una parola di san Paolo rende chiaro cosa significhi tutto questo in termini cristiani: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2,20).

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