Chiesa, fascismo, Azione cattolica

L'uscita del libro di mons. Pietro Pennacchini La Santa Sede e il fascismo in conflitto per l'Azione cattolica (LEV, Città del Vaticano 2012) ci offre lo spunto, più che per una recensione, per una riflessione sul tema, delicato, sempre attuale, a noi caro oggi in particolare, del rapporto tra Azione cattolica e potere politico e soprattutto sulla responsabilità dei laici cristiani nella società in cui vivono. Crediamo infatti sia dovere di ogni aderente conoscere, almeno a grandi linee, la storia dell'Associazione e del movimento cattolico, per non rischiare di schiacciare i nostri centoquarant'anni solo sulle emergenze dell'oggi; lo scontro tra l'Ac e il fascismo è un punto centrale per capire da dove veniamo e dove intendiamo andare.

Erano principalmente due i motivi per cui il regime non vedeva di buon occhio le attività dell'Associazione: l'educazione della gioventù, per la quale il fascismo e la Chiesa avevano progetti diversi e diversi strumenti di mobilitazione (appunto l'Ac, contrapposta all'Opera nazionale Balilla e alle altre formazioni giovanili del partito), e il timore che, attraverso l'Associazione, rimanessero in vita quadri e strutture del Partito popolare, sciolto con la forza nel 1927, con l'esilio londinese di don Sturzo e il rifugio di De Gasperi in Vaticano. L'Azione cattolica rappresentava insomma uno spazio sociale che si sottraeva alle pretese totalitarie del regime; se anche politicamente molti soci si allinearono al fascismo, è pur vero che l'Ac delimitò un'area nella quale il Pnf non poteva entrare.

Lo scontro si consumò nel giugno 1931, quando, in un susseguirsi di intimidazioni e violenze, le associazioni furono costrette a sciogliersi. Grazie a un intenso lavoro diplomatico condotto da padre Tacchi Venturi – che il libro di mons. Pennacchini ricostruisce con scrupolo – l'Ac poté rinascere il 2 settembre, assai limitata tuttavia nelle sue attività: dovette rinunciare a tutto ciò che non attenesse strettamente alla formazione religiosa. Ulteriori restrizioni furono imposte nel 1939-40, dopo la promulgazione delle leggi razziali, che ripresentarono degli attriti tra Chiesa e governo. Nel 1940 l'Associazione venne clericalizzata e i laici sollevati dagli incarichi di responsabilità. Ma l'Associazione, seppure profondamente mutata nelle sue strutture, sopravvisse, garantita dall'art. 43 dei Patti Lateranensi.

Pertanto la forza sociale dell'Azione cattolica, seppure confinata nelle sacrestie, non venne meno: i frutti furono infatti raccolti nella Resistenza e nel dopoguerra, quando per molti di quei cattolici venne il momento di mettersi a servizio del Paese. Si rinunciò a tante cose, ma «una sola è la cosa importante», e fu proprio quella che salvò: «Al Papa» racconta mons. Pennacchini durante il nostro colloquio, «interessava che si mantenesse la formazione religiosa. Che non significava solo le pratiche di pietà e devozione. È un modo di vivere, di essere, che si traduce in atto pratico». Agli slogan del regime i giovani cattolici opponevano la serietà dell'impegno quotidiano. L'Azione cattolica rientrava nel piano pensato da Pio XI per la Chiesa, per una nuova (allora) evangelizzazione, per – come si diceva - «ridare Dio all'Italia e l'Italia a Dio». Mons. Pennacchini fa esplicito riferimento, mutatis mutandis, all'Anno della Fede convocato da Benedetto XVI.

Ad una nostra domanda sul ruolo che può assumere ancora oggi l'Ac come baluardo democratico, come luogo di esercizio della democrazia, l'autore del libro si dice assolutamente d'accordo: è necessario continuare a formare cittadini all'onesta, alla lealtà, alla sobrietà, alla responsabilità. In un Paese allo sbando, che ha perso gli ideali, c'è bisogno di esempi e modelli che il mondo cattolico può ancora offrire: politici cristiani, economisti cristiani, studenti, lavoratori, gente che testimonia in ogni ambito della sua vita. Mons. Pennacchini si rammarica della frammentazione tra i cattolici e soprattutto del fatto che ciascun movimento sia un'isola a se stesso, mentre ricorda i tempi in cui Pio XI aveva indicato proprio nell'Ac la via maestra per l'apostolato dei laici, traducibile oggi con la «nuova evangelizzazione».

Mons. Pennacchini aveva già studiato la crisi del 1931 nella sua tesi di laurea discussa nel 1976, attingendo però allora soltanto agli archivi statali. Nel frattempo però si è presentata l'opportunità di scavare anche nell'Archivio segreto vaticano, nel quale s'era imbattuto per altri motivi di lavoro. Unendo queste nuove fonti con quelle dell'Istituto «Paolo VI», l'autore ha potuto completare il mosaico, restituendoci una ricostruzione fedele e scrupolosa di quei giorni convulsi e drammatici, che ricordiamo però come la prova che una retta formazione cristiana – ma lo sappiamo già – non forgia solo il cristiano, ma il cittadino, non essendo scindibili le due dimensioni della natura umana.

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