I cattolici e il paese. Intervista a Luigi Alici.

Nell’introduzione al Suo ultimo libro I cattolici e il paese (La Scuola, Brescia 2013) Lei cita l’affermazione di Dario Antiseri: «La diaspora politica dei cattolici, seguita vent’anni fa al collasso della Dc, li ha resi presenti ovunque e inefficaci dappertutto». Le cose stanno davvero così? Davvero, sulla scena politica, coloro che si definiscono cattolici non sono capaci di incidere? I valori evangelici possono essere messi in atto?

Da 1700 anni, cioè dal cosiddetto Editto di Costantino, continuiamo, in contesti e forme diverse, a porci queste domande. Certamente non si può pensare che i valori evangelici siano essenzialmente “impolitici”, cioè non traducibili storicamente in progetti, orientamenti e ideali ispiratori della politica; non si può accettare nemmeno la variante più subdola di questo pensiero, che si manifesta nell’affermazione che questi sarebbero “tempi sfortunati” per il vangelo. Il tempo del vangelo è adesso. Altra cosa è il giudizio storico sui cattolici impegnati in politica o su un partito che si ispira, in tutto in parte, al cristianesimo. Il giudizio di Antiseri è molto drastico, ma credo che, nonostante qualche sfumatura, non sia del tutto ingiustificato. Tutte le volte che, a partire dal dopoguerra, i cattolici hanno pensato in grande, il loro contributo è risultato straordinario: basti ricordare la costituzione italiana e il primo disegno europeo. Negli ultimi decenni, purtroppo, non mi pare di aver visto grandi capacità di volare alto né i cattolici presenti nei diversi schieramenti hanno gareggiato molto nello stimarsi a vicenda. Uno stile diverso oggi avrebbe potuto offrire un contributo importante a uscire dallo stallo in cui siamo.

 

Lei accenna anche al “bipolarismo” che non divide i cattolici legittimamente soltanto sul piano politico, ma anche su quello ecclesiale, al punto che essi trovano difficile collaborare persino nella Chiesa. Può suggerire qualche soluzione? Qual è l’origine di queste incomprensioni?

La comunità ecclesiale, nel suo complesso, non ha vissuto positivamente la fine della Democrazia Cristiana e soprattutto il passaggio al bipolarismo. In molti casi, il timore – anche legittimo – che le divisioni potessero  produrre, in modo quasi retroattivo, una sorta di “bipolarismo ecclesiale”, ha portato i cristiani a tenersi lontani da tutte le questioni concrete, relative all’incarnazione della fede nella storia. Il risultato è stato un progressivo svuotamento del dibattito culturale, sociale e politico, mentre le comunità si sono concentrate sulla gestione pastorale, accontentandosi di coprire gli spazi vuoti con eventi o con richiami di principio al magistero sociale. Quello che papa Francesco ha detto in un incontro, qualche tempo fa, a un’assemblea di religiose (“Siate madri e non zitelle”) credo si possa estendere all’intera comunità ecclesiale, cogliendone bene il contenuto profondo: frigidità e sterilità vanno di pari passo anche nella vita spirituale. Ed è inutile coprire il deficit di fecondità con appelli insistiti e acidamente moralistici. Forse dobbiamo recuperare un’ecclesiologia autenticamente conciliare, imparando ad articolare la comunione in forme più dialogiche e vive, attraverso esercizi diffusi di discernimento comunitario, che rappresentino il primo passo verso una maggiore attenzione alla salvaguardia del “pavimento etico” comune e al valore dell’impegno politico. A un secondo livello, poi, bisogna praticare forme “leggere” e rispettose di accompagnamento spirituale dei cattolici impegnati in uno schieramento. Non possiamo dire che i cristiani debbono impegnarsi e quando ciò accade trattarli come bambini o, peggio, allontanarli come appestati.

 

Un’indagine Ipsos del 2012 rivela che il 30% dei cattolici sarebbe disponibile a un impegno diretto in politica; ma tale percentuale scende ad appena il 15% tra quei cattolici che possiamo definire “impegnati”; costoro, anzi, avevano espresso al 35% l’intenzione di astenersi dal voto, a fronte di una media, nel campione, del 27%. Questi dati sembrano segnalare una “fuga dalla politica” proprio di quelli che vivono più intensamente la comunione ecclesiale. È solo delusione o, secondo Lei, c’è qualcos’altro? Fino a che punto i cattolici sanno accettare il pluralismo della vita civile?

Il problema è complesso e i piani di letture sono molteplici. Da un lato, si è – a volte inconsciamente – interpretato il venir meno di uno statuto preferenziale di cui godeva la Democrazia Cristiana (negli ultimi anni sempre più difficile da accettare) come un disimpegno nei confronti non solo del passato ma anche del futuro; un disimpegno che il “bipolarismo armato” ha finito per  rafforzare. Da un altro lato, l’immersione generosa nel volontariato, nel servizio alla catechesi, alla liturgia e allo studio teologico ha favorito lo sviluppo di forme di ministerialità cristiana prevalentemente intraecclesiale. Si è dimenticato quasi completamente che il concilio definisce “ministri della sapienza cristiana” (AA 14) i laici dediti alla promozione del bene comune a livello nazionale e internazionale. Ne è risultato un atteggiamento di disimpegno diffuso, più o meno giustificato, che spesso si esprime in una retorica “prepolitica”, disincarnata e piuttosto comoda, lasciando  lo “sporco compito” di far quadrare i bilanci e risolvere i conflitti.

 

Giustamente Lei afferma che anche i valori «non negoziabili» possono e devono essere argomentati: ma dov’è finito quello spazio sociale nel quale la discussione, anche su questi temi, diventa possibile? E come si può riconnetterlo? Qual è il rapporto tra verità e democrazia?

Richiamando all’altezza dei valori “non negoziabili” Benedetto XVI non voleva dare una ricetta miracolosa, che risolve d’incanto tutte le questioni di etica pubblica. Nascondere dietro una formula felice la nostra pigrizia intellettuale non è rendere un buon servizio al suo autore. Benedetto XVI non intendeva, anzitutto, squalificare i valori negoziabili, che occupano un segmento centrale della politica; non intendeva presentare, poi, i valori “non negoziabili” come tabù, dal momento che la loro natura non convenzionale dipende dal fatto di essere valori naturali, quindi riconoscibili e argomentabili razionalmente; infine non penso che intendesse escludere in linea di principio il fatto che, a volte, fra valori “non negoziabili” si deve stabilire un ordine politico di priorità. Il recente film su Abramo Lincoln rappresenta in modo esemplare un caso di tragic choice tra pace e uguaglianza. Il presidente degli Stati Uniti poteva chiudere la guerra di secessione lasciando però irrisolta la questione della schiavitù, oppure risolvere alla radice tale questione con un emendamento alla costituzione sapendo che questo avrebbe nell’immediato fatto scorrere altro sangue. Il demone del successo immediato: ecco la tentazione da cui un vero statista deve guardarsi.

 

Il problema sembra essere, almeno in parte, nella confusione tra pubblico e privato, tra difesa del bene comune e degli interessi individuali. Come mettere in equilibrio le due sfere? Dov’è il confine che le separa?

È certamente un nervo scoperto per la cultura contemporanea la difficoltà di riconciliare ed etica privata: sembra quasi che sulla prima si scarichino forma di fondamentalismo etico (si pensi all’esigenza forte di riqualificare eticamente la politica, l’economia, la finanza…) per compensare la neutralizzazione etica della sfera privata. Pensare che l’etica cominci e finisca solo “fuori” di noi significa avallare forme di fariseismo ipocrita, che il sistema mediatico cavalca spudoratamente, alimentando una spirale pericolosissima: opporre un privato “pulito” a un pubblico “sporco” genera solo rabbia sociale e demagogia, nell’illusione che tutti i problemi possano essere risolti sacrificando i capri espiatori e osannando agli uomini della provvidenza. È il mito della simultaneità, che scredita ogni forma di mediazione: tutti i percorsi di gestione dei conflitti, di rigenerazione del tessuto sociale, di partecipazione civile non sarebbero altro che forme sospette con cui un potere corrotto cerca di mantenersi a galla. L’anello più debole di questa catena è la scuola e l’istituzione educativa in quanto tale. Finché il paese non metterà mano a una vera riforma della scuola, continueremo ad andare avanti a colpi di sensazionalismo inconcludente.

 

«Dentro», «insieme» e «oltre»: sono tre indicazioni che, nel libro, Lei offre come atteggiamento del cattolico nel mondo. Le può esplicitare? E come si legano ai tre ordini di responsabilità (della verità, del rispetto delle persone, della corretta rappresentanza democratica)?

Chi conosce i documenti e lo spirito del Concilio non esiterà a riconoscere in questi tre avverbi un’“aria di famiglia”. Potrei anche azzardarne una esplicitazione rovesciata: il compito di tenere insieme fede e storia non autorizza il cristiano ad agire superficialmente, ad accontentarsi di atteggiamenti evasivi, a considerarsi esonerato per principio dal dovere della competenza. In secondo luogo, non è un cristiano autentico chi pensa di salvare se stesso chiudendosi in modo autoreferenziale dentro il proprio gruppo e dimenticando l’appello conciliare all’unica famiglia umana. Infine il cristiano non deve lasciarsi accecare dalla miopia: guardare lontano è l’unico modo per restituire all’impegno storico la passione degli orizzonti aperti. “Oltre” è l’avverbio che aiuta a riconciliare tempo ed eternità. La responsabilità politica esige che si rispettino correttamente i valori interni alla dialettica democratica, senza però illudersi di poterla sospendere in un limbo neutrale. Entrare dentro, insieme, senza restarne prigionieri. Il cristiano è credibile quando rispetta l’intera gerarchia dei valori dell’umano e sa ordinarli secondo il grado positivo (oltre), comparativo (ulteriore) e superlativo (ultimo).

Luigi Alici presenterà il suo libro I cattolici e il paese (Morcelliana, Brescia 2012) nel corso dell'incontro "I cattolici e il paese. Quali passi avanti?" giovedì 30 maggio 2013, organizzato dall'Istituto "Jacques Maritain". Interverranno il presidente Luca Grion e la vicesindaco di Trieste - e aderente all'Ac - Fabiana Martini.

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