I senza dimora in sospensione verso una domanda di rinascita

In anteprima dal dossier del n. 2/2013 di "Dialoghi" (Complessità del credere. Tra preferenze e appartenenze, a cura di Luigi Alici), il contributo di Silvia Landra e Marzia Ravazzini della Casa della Carità di Milano.

 

Una forma nuova di tribù senza dimora, tipicamente urbana, vive “in sospensione” e pone domande concrete, quasi primordiali, cui la città deve cercare di rispondere. L'applicazione del paradigma della sofferenza urbana, formalizzato dal «Centro Studi Souq» della Fondazione Casa della carità di Milano, offre quattro percorsi di analisi esperienziale (contesto, confine, soggetto, gioco): ipotesi per un esercizio personale e collettivo di immaginazione sociale, scomoda e spiazzante ma necessaria, per costruire risposte/reti a problemi/reti.

 

 

Presenza sospesa, domanda urbana

Una strada, una panchina, un sacchetto pieno zeppo di roba come mosso da una montagna di vestiti e scarpe vecchie. Quasi non si vede l'uomo che sta dentro, anticipato da un odore acre, che punge il naso e fa voltare lo sguardo. Un condominio in periferia, casolare mal ridotto o fabbrica abbandonata e occupata, televisioni ad alto volume che si alternano a urla dal vivo o a forti silenzi gelidi, quasi infiniti, interrotti da passi lenti e pesanti che salgono le scale. Pattumiere che limitano un ingresso piccolo e nascosto, dietro cui si apre un mondo di baracchine, costruzioni fai da te con la massima attenzione al riciclo, così piccole da essere sempre piene di roba e di persone. L'odore di ciorba che invade l'aria, al passo con la musica insistente e melanconica.

Sono una manciata di immagini che abbiamo visto direttamente - nell'ambito di progetti di intervento sulla strada, nei quartieri popolari, nelle baraccopoli - e che ricorrono nelle nostre città/metropoli: sono luoghi di vita, solitaria o comunitaria, di una tribù che, se non spaventa, almeno allontana. Si fondono tra i colori della periferia o di un centro mal organizzato e producono i grigi urbani che tanto pesano alle amministrazioni.

Leggiamo molte teorie sulla «città invisibile» che Italo Calvino, in modo efficace e quasi profetico, ha saputo descrivere con mille sfaccettature. Si distinguono luoghi, contesti, attrazioni, servizi, personaggi e comunità, eppure, precisa lo scrittore, vale per tutti che «d'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda» (Calvino, 1977).

La nostra riflessione muove dalle domande di una popolazione particolare, quella dei senza dimora, che abita un luogo ben preciso, la città globalizzata. Sono persone dalla vita dura, tutt'altro che romantica, tanto capaci di “scomparire” nella quotidianità del vivere, quanto di rimanere ben impressi nell'immaginario collettivo. Con Benedetto Saraceno e il Centro Studi Souq della Casa della carità di Milano scegliamo di parlare del paradigma della «sofferenza urbana» (Saraceno, 2010), un ossimoro che comprende la più intima e indicibile delle esperienze individuali, la sofferenza, e la più significativa delle nostre collocazioni in un contesto, ovvero la città, il luogo della convivenza quotidiana e del senso di appartenenza, della politica e dei diritti di cittadinanza.

La città è certo l'elemento chiave nel quale collocare ogni analisi pensata del fenomeno dei senza dimora: dal 2010 la maggioranza della popolazione mondiale abita nelle città, rovesciando l'equilibrio del passato (United Nations Population Division, 2010) e rendendo così lampante la complessità e le contraddizioni di molte letture sullo sviluppo dei mezzi di comunicazione, sulle modalità di socializzazione, sull'innovazione delle tecnologie, sul cambiamento degli stili di vita, sulle diverse  forme di organizzazione dei legami familiari.

Purtroppo la sofferenza urbana è difficile da riconoscere in profondità, più spesso è minimizzata o semplificata per categorie, al punto da generare nella città una popolazione sfuggente e sospesa, costituita da «creature liminali», per raccogliere la suggestione dell'antropologo Van Gennep (1909). C'è uno spazio di sospensione, accentuato dal fascino dirompente delle metropoli e dei luoghi fortemente urbanizzati, nel quale abitano persone, gruppi e popoli, definibili con il suffisso «less»: senza casa, senza lavoro, senza identità, senza competenze relazionali, senza diritti, senza risorse, senza cultura, senza cure, senza servizi di riferimento. Senza e basta.

Il territorio non è un substrato passivo del nostro agire quotidiano, ma in quanto luogo – e la città ne amplifica i caratteri peculiari – è portatore di valori identitari e ci radica a ciò che siamo e che possiamo fare. Con Augé chiamiamo il territorio un luogo di «invenzione» (2006) e  di scoperta, che ha la sua caratteristica primaria nell'apertura all'esterno. Se l'appartenenza è una delle dimensioni costitutive dell'umano, secondo una dinamica di inclusione/esclusione che richiede a tutti i gruppi sociali di scrivere la storia della propria relazione con i luoghi, anche i senza dimora sono portatori di questo universale e dunque “inventano” negli interstizi della città un luogo dove collocarsi in base ad un ordine di bisogni che è pura sopravvivenza (dormire, mangiare, lavarsi, sentirsi protetti) ma che è anche espressione inequivocabile di città globalizzata. In questo vortice “il popolo dei senza” è composto da tribù frammentate, a volte parzialmente incluse - molti hanno I-phone, smartphone, applicazioni, e twittano o parlano a grande distanza pur non avendo dove vivere e la sicurezza del cibo - e a volte drammaticamente espulse, perché il senso di inadeguatezza o la fragilità impediscono la coltivazione di relazioni affettive e di legami sociali.

 

Domande complesse, risposte articolate

 

Le povertà urbane più emarginanti sono silenziose ma di tanto in tanto generano un boato sociale: un uomo muore di freddo, un immigrato senza permesso di soggiorno compie un reato, il suicidio e l’omicidio irrompono in case e in situazioni inaspettate. Le autorità preposte agiscono «in emergenza», incalzate da emotività intensa e diffusa nella pubblica opinione, contribuendo così alla falsa credenza collettiva che le risposte atte ad affrontare un certo grado di sofferenza urbana possano essere solo di carattere emergenziale: il trattamento sanitario obbligatorio, lo sgombero forzato, lo sfratto, lo sfollamento degli abitanti abusivi, la custodia cautelare. Condizionati dalla medesima filosofia di fondo, si ripone una fiducia eccessiva nel singolo intervento praticato da un solo attore principale: un atto medico, l’attribuzione di casa e lavoro, il sussidio economico, l’affidamento dei minori, l’invio ad un servizio tecnico.

La debolezza delle risposte è spesso travestita da azioni impetuose e rigide, con scarsa capacità di immaginazione e ipotizzazione del nuovo. Per citare il punto di vista psicoanalitico, è noto come il pensiero rigido, di fronte alla complessità del vivere, sia uno dei modi più efficaci per contenere l’ansia, nella paura di vedere la dispersione della propria identità. Ci si aggrappa a certezze precostituite anziché lasciarsi attraversare dalle contraddizioni della realtà e dai dilemmi della scelta. Paradossalmente così non si creano punti fermi e le risposte alla sofferenza urbana sembrano raccontabili solo come singole buone azioni di cura ed accompagnamento anziché come strategie che derivano dall’ascolto della realtà, da una riflessione collegiale e approfondita, da una sperimentazione di risposte che siano complesse e multiple tanto quanto lo sono le domande e i bisogni.

Nella nostra riflessione che parte dalla pratica quotidiana con le povertà metropolitane più complesse, la sospensione nella quale versano certi esclusi è paragonabile al tabellone di un flipper, dove schizzano palline-persone che possono trovare la loro buca-servizio se sono portatori di un problema sufficientemente chiaro, oppure continuare la sospensione fino a che il caso non decida il game over. Il gioco rischia di finire nei luoghi sociali che fanno una raccolta generica di esseri umani svantaggiati: i dormitori, le mense e le docce pubbliche, i ghetti, le baraccopoli e i quartieri degradati. Collocati dentro la buca del flipper si guarda alla città da intrappolati e da persone sfiduciate, sulle quali le istituzioni stesse hanno dichiarato l’impotenza e l’impossibilità della cittadinanza.

Una città capace di accogliere lo spiazzamento come opportunità per pensare il cambiamento e non come blocco è in grado di generare cittadini e operatori sociali che «stanno a cavaliere» (Rovatti, 2000), in una posizione apparentemente scomoda ma di fatto l’unica che permette di osservare due contesti nello stesso momento e cogliendo il valore del percorso, di rimanere attenti ai bisogni espressi dagli interessati e intanto di onorare obiettivi importanti da raggiungere. È la posizione di una città che concerta soluzioni condivise rendendole politiche sociali ordinarie. Siamo ancora molto fragili, a tal proposito, nelle nostre grandi città italiane, e avvertiamo il bisogno di guardare alle grandi città del pianeta per cogliere insegnamenti, per imparare come si interviene ad esempio nel Sud del mondo in agglomerati urbani, ghetti e favelas ben più popolose delle nostre.

 

Percorsi di rinascita

 

Se è vero che le persone gravemente emarginate tendono a nascondersi anche con il silenzio, talvolta senza avanzare particolari richieste, è altrettanto vero che, incontrate nella loro interiorità, possono inondare l'interlocutore con la  domanda radicale di cambiare vita, di rinascere.

Identifichiamo a questo proposito quattro percorsi di consapevolezza, segnati dal tentativo di accompagnare chi li compie e dalla convinzione che si tratta di cantieri aperti di studio e di ricerca.

Contesto

La dottoressa Anna Tharayan, che a Vellore (città a sud dell'India) si occupa di homeless e salute mentale attraverso un'organizzazione sociale in un luogo dove lo Stato non se ne interessa, contempla un'idea ampia di contesto culturale, ritenendolo «quell'insieme complesso che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro di una società» (Tylor, 1871).

Come ci racconta il prof. Murthy Srinavasa, psichiatra indiano e collaboratore del Centro Studi «Souq», la dottoressa ha semplicemente pensato di scegliere tre chilometri di una strada particolarmente abitata e di fermare direttamente le persone interessate. Ben presto si sono create piccole folle di passanti, di cui molti propensi a dare opinioni e a fornire informazioni sui particolari della vita di questi uomini senza dimora. Ne sono venuti molti dettagli sulle abitudini alimentari, sulle forme della sofferenza, sui modi di chiedere aiuto. Persino i bambini raccontano gli spostamenti degli homeless e descrivono ciò che fanno. Si conosce meglio Jeba, ad esempio. È una donna di vent’anni che vive sotto un albero. Ha fatto la domestica ma poi la schizofrenia le ha impedito di essere regolare nel lavoro. Sospetta di tutti, pensa di essere il tesoriere del governo (oltre venti quaderni scritti fitti, con calligrafia illegibile, sempre con sé). Si fida solo dell'uomo che gestisce il monte di pietà, perché scaccia i malviventi e tiene pulito il negozio. Però ci sono altri soggetti che la incontrano, che si prendono cura di lei in modi diversi. La dottoressa Anna ricostruisce una rete informale di aiuti e cure che va valorizzata, già presente sul territorio, che rende il percorso terapeutico più efficace della segregazione in un istituto. Questa come altre esperienze di cura sono promosse in India dal prof. Murthy a partire da una considerazione peculiare del contesto e di quanto esso contribuisca a garantire il senso di unità dell'individuo, anche quello segnato dalla malattia. È facilitato dal contesto della cultura d'Oriente dove l'unità dell'essere umano in tutte le sue parti è già un messaggio forte. Per costituire anche l'unità della cura diviene fondamentale il ruolo delle parti, professionisti e non.

Confine

Un gruppo di rom romeni, per antonomasia una minoranza senza terra, abita una parte del quartiere Corvetto, alla periferia di Milano. Oltre trecento persone in un campo con strutture adatte al massimo per novanta di loro. Uno spazio formalmente riconosciuto dal comune, ma altamente inquinato e pericoloso per la salute, senza corrente elettrica, privo di acqua e fognature. I collegamenti ai mezzi pubblici sono distanti. Presenza fastidiosa ma famiglie invisibili. Cittadini utili a nutrire il mercato nero delle nostre infrastrutture ma disturbanti, con figli non registrati a scuola, con poche donne controllate a livello sanitario se non per la gravidanza, utile all'ottenimento di permessi provvisori. Si interviene in équipe restando a lungo sulla soglia, in quel confine che non è spazio geografico definito tra una città e la baraccopoli ma luogo dinamico dell'ascolto, della conoscenza, dell'attesa, della negoziazione. Il confine diventa «costruzione di qualcosa prodotto attraverso pratiche sociali e simboliche che segnano tutti i territori abitati in tutti i tempi della storia» (Barth, 1969). Nel nostro lavoro sociale e sanitario a Corvetto il confine non è stato separazione ma gradualmente è diventato soglia. Esiste uno spazio iniziale che non può essere subito riempito con questionari e domande. Occorre vivere ciò che accade nella relazione tra le persone per «decidere dopo», possibilmente insieme, e non porre ciò che si è già deciso prima, a tavolino. Per un anno e mezzo si parla, gradualmente le donne si confrontano nei gruppi, i bambini vanno a scuola, qualche padre comincia a lavorare, qualche famiglia comincia a progettare casa e autonomia. Dopo alcuni anni le collocazioni di alcune  di queste famiglie sono trasformate, ben note, frutto di un legame che si è stabilito nel tempo, costruzione a piccoli passi.

Soggetto

L'etica della cura impone che si contempli la singolarità dell'individuo prima di ogni teoria. Il medesimo farmaco ha effetti anche molto diversi in soggetti diversi e analogamente un percorso benefico per alcuni può essere invalidante per altri. Poche volte una vicenda singola è divenuta tanto emblematica da trasformarsi per gli operatori della Casa della carità in un valido ed efficace insegnamento sul primato della soggettività. Cinque anni fa Mario è stato uno dei signori italiani di mezza età che chiedeva ospitalità perché senza casa, al termine di un ennesimo percorso risocializzante in una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Ha atteso il suo turno, ha ottenuto ospitalità in una stanza con altri cinque ospiti e poi si è immediatamente demoralizzato, avvertendo che la sua vita subiva corsi e ricorsi continui, sempre uguale: dormitorio, strada, comunità e poi ancora dormitorio. Alcune crisi di abuso alcolico sono state il suo linguaggio prevalente. Resistendo alla tentazione di applicare la regola della pronta espulsione per ubriachezza, si contatta un servizio per l'alcolismo; la presa in carico viene negata, trattandosi di soggetto con importanti trascorsi da eroinomane. Dunque l'operatore decide di telefonare al servizio per le tossicodipendenze, dove un addetto risponde che non si considera utente una persona che non abusa sistematicamente di eroina, che non sta facendo terapie con farmaci sostitutivi come il metadone e che nemmeno sta completando un percorso in comunità. Ci si rivolge al servizio psichiatrico territoriale, dove ci viene detto che la persona in questione non ha la diagnosi adatta per la presa in carico, avendo una forma di disturbo di personalità e non una malattia psichiatrica trattabile; aggiungono che non ha la residenza nel quartiere. Allo stesso modo il servizio per gli indigenti risponde che non si può far nulla per chi ha una famiglia comunque abbiente (ma tra Mario e la sua famiglia i rapporti si erano tragicamente interrotti) e il servizio di epatologia fa presente che non ci sono esenzioni per un fegato sì molto compromesso dalle epatiti ma non ancora in stato di cirrosi. Di fronte alla prospettiva paradossale di scongiurare Mario di accentuare almeno uno dei suoi problemi per risultare idoneo a qualche servizio della città, si è preferito chiamare a raccolta tutti gli operatori dei suddetti servizi, per una riunione calma e approfondita, nella quale si è potuto parlare di Mario partendo dal suo nome, dalla sua storia, appunto dalla sua insostituibile soggettività. Sfuggendo ad ogni categoria, Mario era finalmente diventato semplicemente Mario, un uomo che voleva ripartire nella sua vita, che ha riscoperto una forte domanda di rinascita. La concertazione tra servizi ha permesso che uno di loro se ne assumesse la presa in carico e cominciasse a conoscerlo e a pagare alcune prestazioni per le cure necessarie. La Casa della carità ha mantenuto per diversi anni con Mario il suo ruolo di risposta/rete, rimanendo a disposizione per bisogni anche molto diversi, non ultimo quello dell'amicizia e della necessità di avere un punto di riferimento, rappresentando la città nel suo complesso che non rimanda ad altri ma accoglie.

Gioco

Una psichiatra di impronta psicoanalitica ha accolto in Casa della carità Sandra, una giovane reduce da alcuni dolorosi ricoveri per autolesionismo, madre di due ragazzi che non vede da tempo e presentata dagli invianti come refrattaria ad ogni progetto riabilitativo e non idonea alle comunità classiche per la salute mentale. Sandra si relaziona con rabbia, in modo oppositivo, rifiutando spesso il dialogo. Dopo un mese dall'accoglienza comincia ad avanzare alla psichiatra la richiesta sempre più insistente di accompagnarla nella piccola città rurale dove sarebbe nata la mamma per cercare notizie di lei, forse malata di AIDS, e scoprire se è viva o morta. La psichiatra declina sistematicamente la richiesta fino a che, forse estenuata dall'apparente incomunicabilità di Sandra, non decide di “giocare” e di dedicarle una giornata per questo viaggio esplorativo in terra materna. Uno psicanalista lavora con i simboli e non agisce, ma può succedere che i simboli mantengano la loro forza interpretativa in una relazione reale dove si condivide e si scoprono percorsi riflessivi prima congelati. Nel corso della lunga giornata le due donne, quasi coetanee, perdono spesso strada e in un momento di difficoltà (la ruota dell'auto va svincolata da una piccola buca) la psichiatra cede la guida alla sua paziente che improvvisamente, mentre risolve il problema di ordine pratico meglio della sua terapeuta, diventa ciarliera, più disposta al confronto, capace di raccontare la storia familiare e di cominciare a prendere coscienza che davvero la madre non c'è più. Da allora lo stile relazionale di Sandra cambia tonalità, non solo con gli operatori. Oggi lei stessa è in grado di raccontare con un sorriso il gioco di quella giornata e l'importanza che ha avuto nella sua storia.

Oltre la singolarità dell'esempio, accanto alle persone multiproblematiche sulle quali pesa una implicita condanna di “immodificabilità”, si scopre l'importanza di riorganizzare le proprie certezze, superando la staticità dei ruoli. Il gioco contiene il significato della strategia che si scopre mossa dopo mossa, ma anche quello della distensione e della leggerezza, fondamentali segnali dell'anima umana che segnalano l'avvicinarsi alla dimensione del desiderio profondo e quindi alla possibilità di cambiamento.

 

Bibliografia

Appadurai A. (2001), Modernità in polvere, Meltemi, Roma;

Augé M., Colleyn J. P. (2006), L’antropologia del mondo contemporaneo,

Eleuthera, Milano;

Barth, F. (1969) Ethnic groups and boundares, The social organization of culture difference, Wavelande Press, Inc. 1998;

Calvino, I. (1977) Le città invisibili, Enaiudi, 1977;

van Gennep, A. (2002), I riti di passaggio. Torino, Bollati Boringhieri;

Rovatti, P.A. (2000), La follia, in poche parole, Passaggi Bompiani, Milano 2000

Saraceno, B. (2010), Il paradigma dlela sofferenza urbana, Num.1, 2010 www.souqonline.it

Tylor,E.B.(1871), Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom;

United Nations Population Division of the Department of economic and social affairs on the United Nations Secretariat : http://esa.un.org/unpp

 

Box 1 . Dati per comprensione del fenomeno in atto.

La popolazione urbana è cresciuta significativamente negli ultimi trenta anni: nel 1975 il 26% degli abitanti dell’Africa viveva in città, oggi sono il 39% e nel 2030 saranno il 63%; in Asia il salto sarà dal 29% al 64% e in Europa dal 66% al 79%. I problemi di salute mentale e di salute in generale saranno dunque sempre più problemi di salute (e sofferenza)  “urbana”.

La Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Salute stimano che le malattie mentali rappresentino il 13% del carico totale di mortalità e disabilità generato da tutte le malattie. In altre parole il contributo delle malattie mentali alla disabilità e mortalità globali è molto significativo (superiore al cancro o alle malattie cardiovascolari). Questi dati si riferiscono alle malattie mentali definite dalle classificazioni internazionali delle malattie e non tengono conto delle  numerose condizioni di sofferenza psicologica e sociale generate dalla povertà, dalla violenza, dall’insicurezza e dall’abbandono nell’infanzia e adolescenza, dall’emigrazione forzata, dall’esclusione e che colpiscono individui, famiglie e comunità.

Fra coloro che soffrono per una malattia mentale formalmente  classificata e riconosciuta e coloro che soffrono per quelle “altre” condizioni di vulnerabilità psicosociale vi è tuttavia molto in comune: stigma, discriminazione, abbandono, violazione dei diritti. Inoltre entrambi i gruppi vivono in istituzioni definite, visibili e ad alta densità come i manicomi, le carceri, i campi per rifugiati oppure indefinite, invisibili, diffuse, a bassa densità come le strade, le stazioni della metropolitana, le favelas.

 

 

 

Box 2. Il Centro Studi «Souq» sulla sofferenza urbana

Il Centro Studi si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La sofferenza urbana è una categoria interpretativa dell’incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche psicologiche e sociali che si instaurano a partire dall’incontro fra le storie dei singoli e le istituzioni, ossia fra soggetti e contesti, troppo spesso occulta uno dei due elementi del binomio sofferenza/città. La categoria della sofferenza urbana ci consente di ricercare, di conoscere e di trasformare l’intersezione fra soggetti e contesti con l’ambizione morale e politica di costruire cittadinanza ossia comunità di cittadini.

Dopo due anni di lavoro, di incontri, scambi e iniziative nazionali e internazionali, restiamo convinti della validità di questa categoria: la nozione di «sofferenza» va oltre a quella di malattia, poiché molti sono gli individui e i gruppi che nella città sono sofferenti, senza tuttavia essere malati. Si tratta di sofferenza come termine antitetico al linguaggio del «well-being», dello star bene e delle felicità possibili e impossibili, mercificate o non.

Campi di ricerca

Per approfondire questa traccia di pensiero, il «Souq» ha arricchito il proprio campo di ricerca grazie al contributo di varie discipline e ha visto la costituzione, nell’ottobre del 2011, di un comitato scientifico ad ampio raggio culturale con buone connessioni e sinergie di contenuto, che si occupa dei seguenti ambiti di studio:

• salute/salute mentale

• deistituzionalizzazione/lotta alla esclusione

• povertà

• lavoro/impresa sociale

• giustizia/diritti/carcere

• immigrazione/razzismo

• welfare

• economia

• habitat/urbanistica

• amministrazione pubblica/servizi

Il «Souq» lavora per:

• ricercare e generare modelli innovativi di comprensione del fenomeno della sofferenza

urbana;

• documentare esperienze e buone pratiche di promozione della piena cittadinanza e della

salute urbana a livello nazionale e internazionale;

• favorire la messa in rete di conoscenze ed esperienze di promozione della piena cittadinanza,

dei diritti e della salute urbana;

• contribuire alla formazione di imprenditori della trasformazione e della governance urbana;

• influire sui processi culturali e politici della governance urbana;

• costituire un laboratorio di riflessione disponibile per governi e istituzioni locali sulle tematiche di cittadinanza, salute e sofferenza urbana.

 

 

 

Box 3. Il Progetto Diogene

 

 Il progetto Diogene ha ripreso la propria attività nel luglio 2009, dopo la sospensione di un anno

dovuta alla conclusione dei progetti innovativi della ASL di Milano che avevano sostenuto il progetto dal 2005 al 2008.

Gli obiettivi del progetto sono i seguenti:

• ridurre il numero dei soggetti senza dimora (italiani e stranieri) o a rischio di vagabondaggio non

ancora in carico ai servizi;

• ridurre la sofferenza psichica dei soggetti homeless presi in cura;

• ampliare concretamente la rete di risorse sanitarie, sociali e informali delle quali normalmente si

avvale il CPS, arrivando a snellire le normali procedure di accesso ai servizi e sgravando Pronto

Soccorso e SPDC;

• offrire formazione sul campo a operatori pubblici e privati che intercettano questo target di

utenza;

• contribuire alla riflessione sul ruolo strategico della collaborazione tra CPS e soggetti del privato

sociale per la salute mentale di persone multiproblematiche.

Ente finanziatore

La Regione Lombardia ha approvato nel 2009 la copertura finanziaria per le attività per il triennio

2009-2011, riconoscendo la validità del progetto, unico sul territorio milanese per quanto riguarda la presa in cura degli homeless con patologia psichiatrica.

Il progetto prevede la collaborazione con la cooperativa Novo Millennio, titolare del progetto e le

aziende ospedaliere di Niguarda Ca’ Granda e San Gerardo di Monza. Ulteriori collaborazioni sono

attive con la Caritas ambrosiana e con il Ce.A.S..

Date Inizio: luglio 2009. Termine: luglio 2012.

Attività • Costituzione dell’équipe di lavoro (una coordinatrice, sei educatori di cui tre dislocati presso il servizio pubblico territoriale di Niguarda e uno psichiatra);

• formazione interna al gruppo di lavoro;

• definizione delle procedure e degli strumenti di intervento e collaborazione con l’azienda ospedaliera;

• redazione delle cartelle cliniche ad hoc e valutazione con la scala HoNOS;

• mappatura e ripresa di contatto con la rete formale e informale che opera sulla strada;

• uscite in strada con cadenza settimanale effettuate dalle Unità mobili (ognuna composta da una coppia di operatori) in giorni diversi della settimana;

• presa in cura di quarantaquattro senza dimora con disagio psichico, di cui trentacinque uomini e nove donne; ventisei italiani e diciotto stranieri.

Indicatori di monitoraggio e risultati

1) Riduzione del numero di senza dimora con disagio psichico (minor segnalazione da parte delle

altre agenzie che operano sulla strada di persone con patologia psichica non seguite dal progetto).

2) Diminuzione degli accessi ripetuti al pronto soccorso per le persone seguite dal progetto.

3) Riduzione della sofferenza psichica per i soggetti presi in cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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