La responsabilità dell'intellettuale cattolico.

Giorgio Campanini, già professore di Storia delle dottrine politiche (Università di Parma), di Etica sociale (Università di Lugano) e di Teologia del laicato (Pontificia Università Lateranense), si è occupato a lungo del pensiero di Mounier, a partire dalla pubblicazione La rivoluzione cristiana. Il pensiero politico di E. Mounier, (Morcelliana) e in seguito con una serie di studi, incentrati soprattutto sulla proposta politica del personalismo. Fondamentale il contributo del volume Testimoni nel mondo. Per una spiritualità della politica (Ed. Studium 2010), in cui approfondisce la relazione fra politica e morale e fra cristianesimo e storia.

L'intervista è stata realizzata in occasione della partecipazione da parte del prof. Campanini di all' incontro "La responsabilità dell'intellettuale", organizzato a Trieste dall'Istituto J. Maritain lo scorso 11 aprile.

 

Nel Suo ultimo libro Mounier. Eredità e prospettive (Studium, Roma 2012), Lei scrive che sarà compito della futura generazione di intellettuali cristiani riproporre correttamente la diade fede/ragione a partire dal concetto di persona. Perché questo concetto si è smarrito? Che cosa gli è stato preferito?

La crisi della persona – nel significato ampio e profondo che è tipico della tradizione di pensiero cristiana – caratterizza ormai pressoché tutte le società occidentali, né i credenti sono estranei a questo movimento, perché essi stessi, non di rado, irretiti da una cultura che sta puntando tutte le sue carte sull'individuo e mostra di avere dimenticato che ogni uomo è autenticamente tale (e dunque autenticamente persona) solo se in relazione: alla filosofia della persona, che parte dall'”io-tu” per arrivare alla comunità, si è assai spesso sostituita una filosofia dell'individuo, con la conseguente assolutizzazione delle pulsioni, dei desideri, delle passioni... In questo mio (e spero non soltanto mio) “ritorno a Mounier” - ma, in generale, alla grande lezione del personalismo – è dunque insita l'istanza a recuperare la grande tradizione dell'Occidente, che è una tradizione personalista.

 

Soffermiamoci sulla figura dell'intellettuale, cui Emmanuel Mounier riservò molta importanza: perché molto spesso il dibattito culturale e accademico non è capace di volgarizzarsi, rendendo al pubblico il servizio che da esso dovrebbe aspettarsi? Perché gli intellettuali – in specie quelli cattolici – sembrano non essere sufficientemente in grado di aggregare attorno a sé un seguito popolare? Oppure, al contrario: le comunità (non solo quella ecclesiale, né solo le aggregazioni laicali cattoliche) sono ancora in grado di selezionare al loro interno una classe intellettuale?

L'attuale crisi degli intellettuali, e la perdita del loro ruolo di guida, è strettamente legata all'assolutizzazione dell'individuo; se la società è un semplice aggregato di “individui casuali” immersi nella “liquidità” - secondo ben note analisi sociologiche – non resta all'intelligenza (così cara tanto a Maritain quanto a Mounier) che il banale ruolo del “notaio” delle tendenze in atto, seguendo così la “corrente”; ma il ruolo dell'intellettuale è, al contrario, appunto quello di andare controcorrente, anche a costo di sfidare l'impopolarità (ma siamo poi certi che gli uomini e le donne comuni vogliano essere assecondati nelle loro consumistiche tendenze o non piuttosto sollecitati a compiere un “salto di qualità”?).

 

Questo divorzio tra pensiero e prassi ha probabilmente condotto a un impoverimento della proposta politica, è d'accordo? Quali potrebbero essere delle possibili soluzioni per ridare profondità e, al contempo, credibilità e applicabilità alla politica? Ritiene utile la convocazione, da parte del presidente Napolitano, dei dieci “saggi”?

In effetti, l'impoverimento della politica dipende proprio da questo appiattimento di orizzonti, dall'incapacità di “volare alto” (ciò che non significa indulgere a certi utopismi tipici della storia delle idee del Novecento). È necessario che vi siano in una società persone che non si accontentino dell'esistente ma sognino una società diversa, e più autenticamente umana, e per essa si impegnano: in questo senso la lezione di vita e di pensiero di grandi testimoni del Novecento, come Mounier, è ancora pienamente attuale.

 

Nella società contemporanea, come Lei sostiene nel libro, è la città, piuttosto che lo Stato, il luogo più autentico per l'esercizio della cittadinanza. Ma le città Le sembrano davvero comunità umane capaci di proposte di largo respiro, o non si limitano invece a fare da “sfondo” a iniziative di pochi, spesso incapaci di innescare processi di partecipazione allargata? Anche dal punto di vista politico, il fiorire negli ultimi vent'anni di liste che si configuravano come “civiche”, non è stato in grado di dar vita a un movimento più vasto. Che cosa ne pensa?

La crisi della “città” come luogo di vita comunitaria e non come semplice “mercato” - ove si scambiano essenzialmente le merci – è l'inevitabile conseguenza dell'illanguidimento dell'autenticità della vita personale: il soddisfacimento dei bisogni immediati, per di più declinati quasi soltanto in termini quantitativi, priva uomini e donne di un più vasto orizzonte, solo all'interno del quale può trovare spazio quella disinteressata “passione per la città” che dà senso e sostanza alla polis, evitando che essa sia un semplice aggregato di “individui casuali”. La fuga dai partiti tradizionali e la moltiplicazione, quasi a macchia d'olio, di movimenti che si pongono come alternativi esprime questo diffuso disagio, ma incontra il grande limite di fondarsi sull'emotività e sull'immediatezza e dunque di finire per concentrarsi sui “piccoli problemi” di ogni giorno, senza riuscire a pervenire ad un vero e proprio “progetto di società”.

 

Emmanuel Mounier dà particolare importanza alla famiglia e al lavoro, ritenendoli luoghi essenziali d'espressione dello spirito comunitario: sono, forse non casualmente, due istituzioni oggi ritenute particolarmente in crisi. È, a Suo giudizio, una crisi irreversibile, almeno nell'immediato? Quali ne sono le cause più profonde? Come dovremmo aspettarci l'umanità in un futuro nel quale la famiglia e il lavoro avranno perso il significato che oggi attribuiamo loro?

Il “personalismo comunitario” di Mounier indica, non casualmente, come eminenti luoghi di vita comunitaria la sfera della famiglia (della famiglia-comunità) e del lavoro (appunto, del lavoro-comunità). Ma solo astrattamente e retoricamente, le famiglie o le strutture produttive di oggi possono essere chiamate “comunità”, in quanto al loro interno prevalgono quasi sempre le spinte e le tendenze individualistiche: la relazione uomo-donna e la stessa tensione procreativa da una parte, l'ufficio o l'impresa dall'altra vengono intese non come comunità in cui ciò che più importa è la qualità della relazione, ma come “luoghi” nei quali realizzare se stessi. Quando questa autorealizzazione viene meno (o si ritiene che venga meno), la famiglia si dissolve e l'attività di lavoro rimane un semplice strumento di acquisizione dei beni necessari alla vita. Nell'uno e nell'altro ambito occorre sapere recuperare quella che, in altri miei studi, ho chiamato la convivialità, e cioè il gusto del disinteressato ed amicale “stare insieme”: fatto, questo, più agevole all'interno di una comunità relativamente piccola, come la famiglia, ma non impossibile in un mondo del lavoro capace di superare l'anonimato delle grandi strutture.

 

Una parola ancora sugli intellettuali cattolici: come valuta il loro peso culturale, politico e mediatico? Emerge, dalla loro condotta pubblica, la giusta coerenza tra quanto professato e quanto vissuto? Come bilanciare anche oggi la polarità tra trascendenza e incarnazione? È possibile una fede adulta, che non venga accusata di cedimenti alla modernità?

In un libro degli anni '20 del Novecento, allora famoso, si denunziò il “tradimento dei chierici”, e cioè il venir meno da parte degli intellettuali alla loro funzione critica e propositiva. In effetti non sono pochi gli intellettuali che oggi si limitano a seguire la corrente e a blandire i gusti del grande pubblico. Occorre invece ritrovare le ragioni profonde della vita, il primato delle persone sulle cose, la bellezza dell'incontro e del dialogo, il sapore del raccoglimento e del silenzio pur nei labirintici “chiacchiericci” della post-modernità. Nessuno più e meglio del cristiano potrebbe e dovrebbe essere portatore di queste istanze critiche, vera “sentinella” che vegli nella notte, nella direzione indicata dall'ultimo Dossetti: da un uomo che, non a caso, negli anni giovanili si era alimentato alla grande lezione del personalismo cristiano.

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