Pacem in terris 1963-2013 Attualità di un’enciclica e nuovi campi di impegno

Le conclusioni di mons. Domenico Sigalini al convegno dell'Istituto Toniolo del 30 novembre 2013.

Le ricadute dell'enciclica Pacem in terris sul piano pastorale (quale impegno per i laici, per la comunità ecclesiale, per il dialogo interreligioso, per la soluzione dei conflitti, per la scomparsa dalla ragione umana del teorema della necessità della guerra…)

La ricchezza delle relazioni, la varietà dei temi trattati, l’abbondanza di sollecitazioni ci permettono solo di intervenire in modo schematico. Come sempre una giornata di studio così intensa non può non rimandare alle relazioni che hanno aiutato a collocare la Pacem in terris nel contesto odierno a 50 anni dalla  sua pubblicazione

1.      Una fede non ridotta a gnosticismo, ma intelligente accoglienza di un punto di vista che per il cristiano è luce nuova sulla vita personale e sociale. Qui ci sta il delicatissimo contributo non ideologico, non preconcetto, non obbediente a principi estranei alla fede o forse anche contrari, non  prevenuto di una ragione libera dalle costrizioni della cultura occidentale. Uno sguardo di fede ai segni dei tempi che oggi ci sono offerti dalla Provvidenza deve abitare ogni nostra conclusione

2.      Uno studio sempre più competente del diritto internazionale e dei diritti umani come premessa e contenuto delle azioni di pace. Il taglio del nostro convenire colloca la riflessione a questi due grandi livelli che devono essere affrontati con competenza. Uno degli imperativi cui voleva rispondere la Pacem in terris era proprio quello di non ridurre o leggere i diritti in chiave individualista, ma con una apertura a cerchi concentrici sul cosmopolitismo.

3.      Una comunità ecclesiale che crede al Dio della pace e sa stare ore in silenzio orante di fronte a tutto il mondo e con tutto il mondo. L’esempio del 7 settembre 2013 in piazza San Pietro con papa Francesco, è assolutamente chiarificante e determinante. Questo, riportandoci ai tempi della Pacem in terris ci indica quanto è necessario un appoggio e stimolo alle prese di posizione dei pastori sul tema della guerra. Papa Francesco può essere paragonato a Giovanni XXIII in questo suo ardito rivolgersi a Putin e ai grandi della terra non in termini diplomatici, ma rischiosi e coraggiosi contro la guerra in Siria

4.      Non va dimenticato uno slancio molto evidente provocato anche dalla Pacem in terris che mobilitava molti contro la costruzione di armi in Italia, La mai risolta questione della opposizione di base, decisa, concreta alle fabbriche di armi, ritenute una necessità, ma lentamente scalzate anche dalla opinione pubblica (cfr in questi anni la necessità di eliminazione di armi chimiche, di mine antiuomo, di bombe a grappolo, i trattati di non proliferazione nucleare …)

5.      Una azione comune con tutte le confessioni o esperienze religiose sullo stile di papa Francesco che mette in primo piano il problema o il compito (cfr il nutrimento dei bambini e la loro educazione) e in secondo le idee o le diversità di religione (cfr Intervista a il Globo alle fine della gmg di Rio), senza dimenticare i grandi incontri di Assisi.

6.      Rapporto tra giustizia  e solidarietà - benevolenza. Non sono realtà contrapposte, ma complementari, tutte necessarie. Occorre offrire per giustizia ciò che è necessario e non per benevolenza, ma la carità è sempre necessaria e dà un supplemento d’anima anche alle leggi e alle disposizioni degli stati. Così è della partecipazione di tutti al bene comune: un dovere di giustizia e non solo una esortazione all’impegno. A questo riguardo vanno studiate le teorie sulla giustizia del globo terrestre, che saranno il futuro di un intervento laicale, con competenze teologicamente motivate, per una coscienza cristiana collettiva che apre la stessa vita ecclesiale, i suoi interventi anche caritativi, a un orizzonte sempre mondiale come lo è la cattolicità.

7.      Il vistoso fenomeno dell’immigrazione va affrontato in base ai principi della Pacem in terris, oggi clamorosamente traditi, che sono ben lontani dalla criminalizzazione degli immigrati, anzi ne dichiarano il diritto, che va composto non ingenuamente con orizzonti più larghi di uno stato,  almeno continentali. Anche questi sono doveri di giustizia.

8.      Attenzione al neocolonialismo europeo e asiatico nei confronti dell’Africa soprattutto, ma anche dei paesi mediorientali, che deve essere cambiato in investimento formativo e sanitario.

9.      Una presenza associativa necessaria nelle reti che hanno un orizzonte ampio e mondiale, da inserire nei percorsi formativi e vitali ordinari dell’Azione Cattolica.

10.  Un nuovo paradigma per lo sviluppo, come rigenerazione dello stesso lavoro e una attenzione progettuale alla natalità  che sta segnando la fine dell’Italia e dell’Europa.

Sono solo alcune accentuazioni, che interpretano anche parte del dibattito. Per uno studio più attento si rimanda alle relazioni e allo stesso seminario di preparazione della giornata, tenuto dall’istituto Toniolo.

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