Per una cultura a servizio dell'uomo.

Intervista a tre voci ai relatori del seminario del Centro Studi "Per una cultura a servizio dell'uomo" tenutosi il 29 novembre 2013.

Il concetto di «secolarizzazione» ha perso terreno a favore di «pluralismo», cambiando, di fatto, la percezione e l’opinione che abbiamo di questo fenomeno, facendocelo guardare in una luce nuova e non necessariamente negativa. Ci spiega questo fenomeno?

Piergiorgio Grassi: Con secolarizzazione si intendeva indicare molti fenomeni insieme: la differenziazione sempre più accentuata tra istituzioni (stato, economia, cultura, religione), il fatto che la religione non costituiva più, per molti, la spiegazione ultima e definitiva di tutto il reale o più concretamente il processo secondo cui molte persone abbandonavano il riferimento a Dio nella loro vita. Un processo non terminato, ma destinato a rendere la religione sempre più minoritaria, addirittura marginale. Si è detto anche che la religione non avrebbe più inciso sul terreno della politica. Ebbene, di questi tre aspetti solo il primo si è mostrato duraturo, gli altri due invece hanno trovato smentite: la religione non è scomparsa, persiste e addirittura si notano fenomeni di risveglio e soprattutto essa è più che mai presente nel dibattito pubblico su temi eticamente sensibili (dall'aborto all'eutanasia, dal tema della famiglia a quello delle biotecnologie a quello della pace, delle povertà...). La sfida di oggi è il fatto che la religione,le religioni, vivono nel contesto di un sempre più accentuato pluralismo, dove si incontrano e si confrontano esperienze  un tempo lontane o visioni del mondo che hanno troncato i riferimenti alla trascendenza. Questo genera incertezza e dubbio e la possibilità di passare da un universo culturale all'altro, di emigrare in qualche modo da una religione all'altra oppure di assumere atteggiamenti scettici o indifferenti.

 

La democrazia non è semplice procedura, è un bene spirituale, Lei ha affermato. È la crisi spirituale che il nostro tempo sta attraversando che, in molti paesi, determina uno scadimento della qualità della democrazia, o è piuttosto la crisi della democrazia a influenzare il benessere spirituale delle nostre società? E perché la democrazia in sé può essere considerata un bene anche dal punto di vista spirituale?

Francesco Occhetta: Per la Chiesa la democrazia è la migliore forma di governo, perché capace di tutelare le libertà e i diritti dei cittadini. Tuttavia la democrazia è un modello ancora molto giovane e fragile, perché, prima di essere una forma di governo, è un modo di vivere basato sulla responsabilità sia individuale sia della comunità civile.

Oso di più. Per la Chiesa la democrazia va considerata come una dimensione spirituale da custodire e alimentare attraverso i princìpi della dottrina sociale della Chiesa e da integrare con i princìpi costituzionali.

Qual è la base di politiche democratiche? In molte Costituzioni europee, grazie al contributo dell’ispirazione cristiana, sono centrali i corpi intermedi, quelli in cui si entra uomo e si esce persone, vale a dire “esseri in relazione”: formare una famiglia, appartenere ad un’associazione, professare la fede nella Chiesa o in altre confessioni, fondare una Ong ecc. significa prendersi cura della democrazia e garantire che gli incontri nella società abbiano un fondamento spirituale: scoprire ciò che umano e dargli spazio e valore, sapersi perdonare, costruire il bene comune a servizio dell’altro ecc.

 

Prendendo spunto da Rabelais, Lei ha fatto riferimento alle «parole gelate», parole che è necessario riscaldare per ridar loro significato: ci può offrire alcuni esempi di tali parole, che la nostra società ha congelato, parole che usiamo senza andare al cuore del loro senso? In che modo si può restituire il loro antico calore? È questo il compito della cultura?

Pietro Pisarra: Le parole gelate sono quelle della nostra politica, divenute incomprensibili. Parole vuote come «porcellum», «mattarellum» e simili. Parole che “fotografano’’ l’inconsistenza di buona parte della nostra classe politica, incapace di riformarsi e di riformare il Paese. Ma parole gelate sono anche quelle dei populismi che fanno leva soltanto sulla rabbia dei cittadini, sui nostri istinti peggiori. E quelle del thatcherismo cialtrone e boccaccesco diffuse a dosi massicce in vent’anni di berlusconismo, con tutta la retorica del successo, dell’arricchimento facile, del lifting e del maquillage come modelli di vita.

Compito della cultura, intesa in senso lato, è di mostrare tutti i limiti di questo insopportabile latinorum. E di ridare dignità a parole come «solidarietà», «bene comune», «servizio», «lavoro», «occupazione». Perché se la società politica è bloccata, se il ceto politico è inconsistente, non è così per la società civile, ancora molto dinamica in tante sue parti e non rassegnata al gelo che sembra avvolgere l’Italia.

 

È aumentata la soggettività delle persone: anche la fede non è più vissuta come un retaggio familiare e tradizionale, ma come una scelta personale. Per certi aspetti ciò è senz’altro un bene, essendo aumentata la consapevolezza di chi abbraccia la fede per convinzione; ma come si possono ancora offrire ai “lontani” occasioni concrete per favorire il loro incontro con Gesù Cristo, in contesti che non ne danno più per scontata l’esistenza e la conoscenza? Lei ha parlato di «purificare l’idea di Dio», rimasta troppo legata a un senso arcaico del sacro: che cosa vuole dire? Come si può fare?

Piergiorgio Grassi: Ritengo che il Vangelo abbia in sé una grande forza attrattiva, perché è Parola di Dio, è efficace, realizza ciò che proclama. Il cristianesimo si è diffuso con l'annuncio di un fatto straordinario: Cristo Gesù è morto e risorto e in tal modo ha aperto la via della salvezza per tutti gli uomini. Salvezza dalla situazione in cui l'uomo si trova: angosciato dalla morte e incapace di costruire società riconciliate. La guerra, il conflitto tra gruppi, le vicende quotidiane di abbandono e di tradimento, sono lì a dirci che l'uomo, gli uomini, non ce la fanno da soli, che hanno bisogno di un Altro che li liberi dal male. Il crollo delle grandi utopie novecentesche (volevano creare uomini nuovi e società perfette) ha lasciato sul terreno solo macerie. È anche chiaro che il Dio di Gesù Cristo non si identifica con il sacro, nel senso che ad esso è stato dato dagli storici delle religioni, secondo i quali gli uomini delle religioni arcaiche (e non solo) percepivano il mondo come distinto dalla divinità e insieme come luogo dove questa divinità senza volto e senza storia si manifestava,  arbitraria e imprevedibile e perciò da arginare con il sacrificio e con il culto. Una divinità per la quale, come ha mostrato René Girard, si potevano fare sacrifici umani ed esercitare, in tal modo, la violenza. Va rotto il legame tra l'immagine di Dio ed il sacro violento e nello stesso tempo va affermata un'immagine di Dio che è sorgente, senza condizioni, di un amore senza confini e per questo «ricco di misericordia». Un Dio che si è manifestato nello stile di accoglienza di Gesù, non esclusivo ma inclusivo, nel segno della gratuità e dell'attenzione rivolta a tutti, giusti e peccatori.

 

Lei ha parlato anche di come è mutato il mondo di fare e d’intendere l’informazione, ora che a quasi tutti è concesso di individuare, selezionare, presentare le notizie. Solo sulla contestualizzazione e l’interpretazione di esse Lei ritiene che i giornalisti possano ancora fare la differenza, facendo valere la loro professionalità: perché? Non Le pare invece che, proprio in materia di interpretazioni, la nostra società produca un eccesso di opinioni?

Francesco Occhetta: Al giornalista (politico) fino a una decina di anni fa veniva chiesto di svolgere sei compiti distinti:

1. il reperimento della notizia che oggi non è più esclusiva del giornalista, basta un tweet, una foto, ecc.;

2. la verifica… si fa anche attraverso blog privati, social network ecc.;

3. la selezione e gerarchizzazione… il cittadino elettore adesso gerarchizza lui anche con software, hashtag, ecc.;

4. l’interpretazione e la contestualizzazione;

5. il commento (viene fatto nei blog, opinionisti, talk show, ecc.);

6. la presentazione delle notizie.

La definizione molto sintetica di Jeff Sonderman è eloquente sul cambio di marcia nel mondo dell’informazione: «Quando si scrive per la stampa si ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Quando si scrive on-line si ha un inizio ma la fine è nelle mani del lettore. La natura dell’online è interattiva, i lettori commentano, è il loro diritto; si deve lasciare il tema aperto perché si tratta di una conversazione, a differenza della stampa che tratta di più informazioni».

C’è un eccesso di opinioni ma non sono molte quelle che si costruiscono su processi culturali seri. La stampa diocesana, che ha il merito di accompagnare la vita dei territori, con le sue 187 testate che ogni settimana stampano 900.000 settimanali ha ancora un grande compito.

 

Lei sostiene che, insistendo in tempi recenti sui «principi non negoziabili», la Chiesa si è infilata in un vicolo cieco, sia caduta in unimpasse: si sono sostenuti dei valori astratti dimenticando il principio di realtà. Ma c’è un modo per far sì che tali principi, proclamati in nome e in difesa della dignità della persona, possano tornare davvero utili? Lei crede sia in qualche modo possibile annunciarli senza perdere contatti con luomo del nostro tempo?

Pietro Pisarra: Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di papa Francesco nell’intervista a «La Civiltà Cattolica»: «La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso». Insomma, si tratta di decidere quali sono le priorità per l’annuncio della fede. Nel recente passato si è talvolta insistito troppo sui cosiddetti principî non negoziabili (espressione, tra l’altro, non particolarmente felice), dimenticando che la fede non può confondersi con una morale o, peggio, esaurirsi in una serie di precetti morali. Il kerygma cristiano è innanzitutto l’annuncio di una buona notizia, è un annuncio di salvezza, non un’appendice del codice penale.

«La Chiesa a volte si è̀ fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti», ha aggiunto il Papa nella stessa intervista. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia».

Compito della Chiesa è annunciare il Vangelo, non principî, negoziabili o meno. Non che i principî non siano importanti, ma essi vengono sempre dopo, non prima, di questo annuncio sconvolgente: la buona novella della resurrezione di Gesù di Nazareth, pegno della nostra salvezza.

 

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (n. 49), invita la Chiesa ad «uscire». Che cosa può voler dire, in concreto, secondo Lei? Altre forme di esperienza religiosa ne sono più capaci?

Piergiorgio Grassi: Vuol dire, mi par di capire, che la Chiesa non è un «bel salotto borghese» dove ci si intrattiene amabilmente e volentieri "tra noi" e ci si sente in qualche modo protetti e rassicurati rispetto alle vicende del mondo. Una Chiesa di questo tipo è ben diversa da quella che ci è restituita, ad esempio, dagli Atti degli Apostoli: pronta a testimoniare sino al sacrificio la propria adesione a Cristo e, con Paolo, proiettata a far conoscere la «buona notizia» a tutti gli uomini del mondo allora conosciuto. La Chiesa è per essenza estroversa. Se diventa un salotto perde il senso della sua missione, diventa un luogo dove prevale il gossip rispetto alla meditazione della Parola che è lampada per i nostri passi. Per usare un'altra forte espressione di  papa Francesco, «essa si ammala» e non dà frutti. Non suscita interesse perché è omologabile ad altre realtà mondane. Una Chiesa nel mondo e per il mondo realizza invece  quello che sta scritto all'inizio della Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori». Ma come possiamo condividere tutto ciò se ci poniamo in spazi separati, dove il grido di chi soffre giunge attutito o addirittura non lo si può ascoltare?

 

Il bipolarismo in politica ha causato anche un bipolarismo ecclesiale, che ha diviso e divide le comunità impedendo ad esse di affrontare serenamente alcuni temi; Lei ritiene perciò che si debbano proporre delle riflessioni in campo, per così dire, “prepolitico”. Non è proprio l’essersi rifugiati nel prepolitico, ritenuto forse un po’ ingenuamente terreno neutro, ad aver contribuito a “sterilizzare” (o isterilire) il dibattito ecclesiale su questi temi?

Francesco Occhetta: È coltivare il livello prepolitico che rigenererà la democrazia e la formazione di una nuova classe dirigente. Per la nostra appartenenza la priorità rimane la capacità di spostare la domanda dal singolo problema — che può avere soluzioni tecniche diverse e tutte compatibili con la fede — ai processi di discernimento che portano alla luce le domande di senso sull’uomo e sul mondo, proprie di una civiltà umana. Davanti ai problemi da risolvere ci dobbiamo chiedere: «Chi è l’uomo e quale deve essere il suo destino (umano)?». Ecco da dove iniziano le risposte da dare ai temi che trattiamo come il rispetto della vita umana (come ad esempio la legge sull’omofobia), il rifiuto della guerra, la giustizia, l’uguaglianza sociale, le strutture di sussidiarietà orizzontale, le forme di conciliazioni sociali. Solamente così si potranno attraversare le nuove e urgenti frontiere della biopolitica. Gettare le basi per formare una presenza prepolitica che stimoli e proponga ai partiti disegni di leggi, soluzioni di problemi, organizzi forme di controllo, proponga un progetto concreto di società, contribuisca a formare le giovani generazioni. È più incisivo e radicale una presenza che, a partire dalla base dalla società, chieda ai partiti risposte su contenuti piuttosto di limitarsi accontentandosi di pochi ed etichettati rappresentanti del mondo cattolico distribuiti in varie forze politiche. L’organizzazione politica, rispetto a questi elementi, è secondaria.

 

Nel Suo intervento si è appellato alla «grammatica» e all’«escatologia»: vuole spiegare il significato di queste due funzioni della cultura? Che cosa succede se si rinuncia a coltivare luna piuttosto che laltra?

Pietro Pisarra: Questa strana coppia – grammatica ed escatologia – figura in un capitolo di LAmour des lettres et le désir de Dieu dans la littérature monastique du Moyen Âge, un bel libro dello storico benedettino dom Jean Leclercq citato da Benedetto XVI nel luminosissimo discorso agli intellettuali francesi del 12 settembre 2008, al Collège des Bernardins di Parigi.

L’accostamento, apparentemente incongruo, di realtà appartenenti a sfere diverse sta a indicare un carattere fondamentale della cultura monastica medievale e di ogni cultura autenticamente cristiana: da una parte l’amore, lo studium, per il lavoro ben fatto, il rispetto delle regole, per l’armonia delle cose (la grammatica) e, dall’altra parte, la consapevolezza che per quanto importante sia il nostro lavoro, per quanto seri i nostri sforzi, noi siamo soltanto pellegrini in cammino verso il Regno. In altre parole, la «grammatica» senza l’escatologia, senza questa tensione verso le realtà ultime, il «non ancora» che caratterizza la speranza dei cristiani, potrebbe trasformarsi in idolo. E l’escatologia, senza il lavoro quotidiano nella città dell’uomo, senza l’impegno nella storia, in fuga, in discorso consolatorio sulla vita che ci attende nell’al di là.

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